Finalmente posso rendere noto a tutti, il mio stato d'animo, liberamente e senza coercizioni! Questa è la vera libertà che ho cercato per una vita e che mi permetterà di far sapere agli altri ciò che agita i miei pensieri, anche se ciò interesserà a pochi....

venerdì 28 marzo 2008

La partita a poker

Cari amici di sventura, pensionati al minimo o giù di lì, finalmente i grandi si sono accorti di noi ed ognuno di costoro vuol carpire il nostro voto.
In ultima analisi sono tre gli onorevoli che ambiscono in modo particolare, alla nostra amicizia; essi si sono, infatti, accorti che costituiamo un bel numero di votanti che potrebbe incidere sui risultati elettorali.
Essi sono: L'Unto del Signore, cioè Silvio Magno (di seguito chiamato Si).
Walter Weltroni il grande pragmatico che chiameremo Va.
Fausto Bertinotti l'arbiter elegantorum detto Fa.
Sono loro che si giocano a poker i nostri favori e la mano si svolge, più o meno, così:
Una volta sistemate le carte sta a Va parlare e getta nel piatto un aumento, ai pensionati minimi, di 40 euro mensili da aggiornarsi con il carovita.
Con un sorrisetto di sufficenza, rilancia Fa e con grande generosità cala uno strepitoso 800 euro per tutti più aggiornamento annuale.
Ed ecco che Si mette tutti al tappeto rilanciando a 1000 euro per tutti ed in più l'adeguamento al carovita.
Va e Fa si guardano sconcertati da tanto ardire e stanno, tuttora, pensando se rilanciare o vedere.
Intanto il tempo scorre ed a questo punto è d'uopo il nostro intervento.
Io avrei un'idea in proposito e se siete d'accordo faremo così:
Per prima cosa i tre dovranno formare un triunvirato come usavano gli antichi romani; questo triunvirato si chiamerà VAFASI ed ognuno, indipentemente dagli altri due, ci darà quanto stabilito, anche se dovesse rimetterci di tasca propria.
Così si presenterà il problema di come dei vecchietti malfermi, sulle gambe, possano non tesaurizzare tanti soldi e metterli in circolazione per il beneficio della società.
Comunque ben vengano sti soldi e poi vedremo.....
Se vi aggrada questa mia proposta fatemelo sapere ed uniti....vinceremo,
come usava ripetere una certa buonanima.
(mi sorge un dubbio...non vorrei che la sigla VaFaSi sottintendesse Vaffa? Si!....
a chi: a noi poveri coglioni)
Fatemi sapere e saluti da Giancarlo.

mercoledì 26 marzo 2008

Il giocattolo.........

Silvio Magno , l'Unto del Signore, come modestamente Egli ama essere appellato , dimostra per l'ennesima volta d'essere un'esemplare figura di generoso papà.
Basta che i figli manifestino un desiderio qualsiasi che Egli si spezza in due per contentarli, anche rischiando qualcosa della Sua inimitabile carriera politica.
Non c'è che dire: la Sua generosità è immensa, basta vedere gli aumenti più volte promessi ai pensionati al minimo! (promettere e mantenere non è da bravo politico).
Giorni orsono gli amorosi figli hanno espresso al Grande Babbo il desiderio di avere qualche aereoplanino per giocare nel prato avanti casa.
L'Unto non si è scomposto e, sospirando, si è rivolto al pacifico Mortadella e gli ha chiesto se, putacaso, poteva cedergli l'Alitalia che è in odor di fallimento.
A tale ragionevole richiesta il Capo del Governo ha così risposto:
"Ed io allora cosa posso regalare ai miei pargoletti? La flotta militare?
ti prego, Eccelso Amico, dammi qualche giorno per riflettere e vedere il da farsi"
Ma si sa bene il carattere di Mortadella: per prendere una decisione, lui nicchia e nicchia fino ad arrivare alle Calende Greche cosicchè, ancora una volta, Sivio Magno, resterà con i randoli sul fico come dice un saggio proverbio in uso dalle nostre parti.
E voi che ne dite?

giovedì 20 marzo 2008

Il calabrone

Un giorno, il Calabrone,
andando in bicicletta,
al posto del lampione
mise una luccioletta.

Ma il vigile Maiale,
che stava di fazione,
gli fé contravvenzione
scrivendo sul verbale:

“ La legge non ammette,
per sue ragioni interne,
su carri e biciclette,
lucciole per lanterne!”



Adattamento di G.Noferini

mercoledì 19 marzo 2008

Il pensionato al minimo

(Impietosa satira su una certa categoria.)

Ma cosa vogliono, alfine, questi pensionati veri scocciatori in coatto far niente?
Sono proprio degli indefessi e molesti scocciatori!
Secondo il loro contorto modo di pensare, sono gli altri i colpevoli dei loro supposti disagi.
Ma è chiaro che loro, solamente loro stessi sono gli ideatori di tale modo di vivere.
Fra i pensionati c’è chi percepisce mensilmente, lauti emolumenti e chi (la maggioranza, infima genia!) una vera miseria, che ne fa degli autentici mendicanti. (ci manca infatti poco!).
Domanda: perché questi pezzenti non si fanno giustizia da soli menando alla forca i colleghi più favoriti dalla sorte e, secondo il loro illogico ragionamento, emeriti grassatori?
Comunque sono problemi peculiari di quest'infima categoria che non deve prendersela con l’attuale società, madre (si dice) di tanta iniquità!
Basta! Se sono in angustie che ritornino a lavorare, esimi fannulloni!
Invece si lagnano e si piangono addosso come se la negletta vita condotta dipendesse da chissà chi! Sono soltanto degli inetti, scriteriati (e perversi)!
Forse il facoltoso (vero motore dell’economia moderna) dovrebbe privarsi del superfluo per aiutare questi inattivi individui, (vere palle al piede per l’istituzione attuale) pagando ulteriori ed ingiustificate tasse?
Mai e poi mai! Serve, invece, restare in coerenza con gli attuali indirizzi politici.
Ci dovevano pensare da giovani, questi ostinati, a mungere dovutamente la vacca da latte, come insegnano i più avveduti. Perché anziché scegliere di fare il commerciante incapace o l’artigiano eternamente fallimentare non si sono messi al soldo della pubblica Amministrazione?
Lì, davvero, il domani è fulgido e la congrua pensione garantita!
Ognuno, in verità, dovrebbe cercarsi un impiego statale. Infatti, lo Stato è la vera provvidenza e la sicurezza per l’indomani.
Invece no!
Gli stolti che hanno voluto far di propria testa ne subiscono ora le conseguenze e sono in preda a tardivi pentimenti!
Questo è il destino per chi non è stato, a suo tempo, sagace e lungimirante.
Allora ben giunga una liberatoria epidemia che dilaghi a iosa fra i pensionati al minimo e con susseguente falcidia in tre balletti li porti tutti via!
Che risparmio, finalmente, per questo spremuto e oltraggiato Stato, invero sì amabile e caritatevole.
Stato amorevole e riconoscente verso i figlioli eletti. Esso vuol bene solo a chi lo serve con lealtà negli anni del lavoro! Ma penalizza rigorosamente chi non riesce ad apprezzarlo, riservandogli un futuro di ristrettezze ed angosce.
Perciò sopportiamo stoicamente i lagni ed i guaiti insopportabili di questi pensionati piagnucoloni!
Dio ce ne renderà merito!

Giancarlo Noferini 24 ottobre 2003

sabato 15 marzo 2008

ma in che mondo viviamo?

Viviamo in un mondo troppo prevedibile; prevedibile nel senso che ogni giorno è la solita manfrina, specialmente in questo paese di poeti e navigatori, sic!
Infatti, in ogni classifica internazionale riguardante meriti nazionali, siamo sempre fra prime posizioni (basta capovolgerla!)
Questo non è certo motivo d'orgoglio per l'italica gente che: "...fatti non foste a viver come bruti...." ecc. ecc. pare aver dimenticato la propria illustre progenie.
Ma mica siamo e mai saremo simili a indottrinati Kmer rossi che per rinnovare il vecchio mondo azzerarono una delle più vecchie culture asiatiche e trucidarono tre milioni di connazionali.
Comunque, in un mondo in cui il solo ideale è quello del profitto e della vacanza programmata, siamo certamente in buona compagnia e verrà il momento in cui i popoli cosiddetti emergenti ci colonizzeranno al fine d'impedirci di portare il pianeta al collasso totale.
........tutto va ben, Madama la Marchesa!

giovedì 13 marzo 2008

Il materassaio

Sono il materassaio
Sono proprio io, il vostro materassaio; tutte le massaie mi cercano per battere e rimettere a nuovo i loro materassi, quando sono diventati duri e deformati.
Queste spose mi sono così affezionate che, quando vado a lavorare da loro, non si scordano mai di farmi trovare un bel paglioso (fiasco di vino) a mia completa disposizione.
Dovete sapere che il mio lavoro è faticoso e pieno di polvere, per cui, ogni tanto c’è da risciacquare il gargozzolo.
Adesso vi fo vedere come faccio a rimettere a nuovo un logorato materasso di lana di pecora.
Per primante cosa guardo in che condizioni è il guscio e se non è da buttar via lo riadopero.
Intanto cavo via dal materasso tutta la lana che c’è dentro e la metto in una grande balla e poi comincio a batterla, su uno stoino, con una lunga vetta di salcio.
Questa prima passata serve ad allentare le fibre tutte intricate dal lungo uso e poi fo un ripasso a mano, fiocco per fiocco, per disfare i nodi delle streghe, come dice il popolino a proposito di certi volgoli aggrovigliati che si formano nella lana dopo un lungo uso.
Ora incomincio a scardazzarla con lo scardazzatore che, con i suoi lunghi denti affilati, la rende soffice e delicata.
Una volta trattata a dovere comincio ad infilarla, a piccole manate, dentro il guscio che ho steso su un tavolato, posato su due capre di legno.
Questo lavoro richiede una grand'attenzione, se si vuole che il materasso venga ben cedevole, morbido e liscio.
Ecco, ho finito d’infilar la lana lavorata, ma ora viene il difficile……
Ora devo rendere stabile l’imbottitura e mi armo di un lungo ago da materassaio, filo sottile e resistente e tanta pazienza.
Infilo un pezzo di spago nella cruna e passando e ripassando il materasso da parte a parte, cominciando dal centro, lo impuntisco con cura e precisione e senza dimenticare di infilare un bioccoletto di lana fra il filo e la stoffa per non romperla sotto il forte tirare.
Nel frattempo mi sono quasi scolato il fiasco di vino rosso, ma mica vorreste farmi morire asfissiato?
Quando ho finito sono così soddisfatto del mio lavoro che quasi dimentico di dare il conto alla felice padrona di casa.
Così siamo contenti in tre: la massaia, io e……il materasso che non era mai stato così bene.

Giancarlo Noferini

l'aquilone

Giancarlo Noferini giovedì 13 marzo 2008

L’AQUILONE
Noi ragazzi nati fra gli anni 30 e gli anni 40 lo chiamavamo avilone; codesto a causa del singolare vizio pesciatino di sopprimere o cambiare qualche lettera nelle parole di più comune accezione.
I ragazzi di queste generazioni, di solito si divertivano a far volare vari aggeggi, nei modi più disparati ed ingegnosi.
Questo desiderio era, in parte, dovuto all’allora vigente sistema propagandistico del regime fascista. Martellando i giovani con la descrizione d’epiche e supposte imprese compiute dagli invincibili piloti della nostra gloriosa Aviazione, accadeva che ognuno di noi s’identificasse in un ardimentoso e temerario aviatore; questo doveva esser pronto a sacrificarsi per abbattere i micidiali aerei degli odiatissimi inglesi, nemici giurati dell’italica democrazia.
Il risultato di tale concetto era che ciascuno passasse il tempo libero con l’esprimere la propria inventiva realizzando strani arnesi che si sarebbero dovuti librare nell’aria con leggerezza ed agilità.
Di solito invece cadevano subito a terra rovinosamente.
I più perseveranti cercavano di carpire, ragionando, i segreti del volo onde applicarli ai semplici marchingegni fatti in casa.
Si cominciava, con il rischio di punizioni familiari, a sacrificare fogli e fogli dei quaderni scolastici per mettere insieme semplici aggeggi capaci di volare per qualche istante.
Il primo passo del principiante era di piegare e ripiegare tali fogli al fine di tirar fuori qualcosa che, in pratica, precorreva la linea degli attuali missili intercontinentali.
Essi erano in grado, con un’adeguata spinta manuale, di volare davvero per qualche metro per poi atterrare con grazia, provocando grida di giubilo da parte dei più piccoli ai quali non era permesso di partecipare alla fabbricazione se non in grado di volenterosi aiutanti.
Dopo tale stadio i più capaci cercavano di mettere insieme, con adeguate piegature dei suddetti fogli di quaderno, dei veri e propri piccoli aerei che volteggiavano con eleganza per alcuni secondi.
Quelli che atterravano planando venivano messi da parte con cura e quelli che cadevano malamente in picchiata venivano distrutti fra lamenti ed alti lai di coloro che li avevano malamente attuati.
Questo perché c’erano delle regole e degli accorgimenti da seguire se si voleva realizzare qualcosa che fosse in grado di funzionare.
Io, in particolare, avevo formato un gruppetto di coetanei che si davano da fare per disegnare in modo approssimato i modelli da costruire ed in ciò ero aiutato anche da mio padre che era un capace modellista.
La costruzione di questi minuscoli aerei veniva in seguito tralasciata ed avvicendata dalla passione irrefrenabile per l’avilone!
Gli aquiloni e la loro relativa forma, erano parto della fantasia e dell’abilità di colui che ad essi dedicava il proprio tempo libero (in verità scarso a causa dello studio o del lavoro a cui nessuno poteva sottrarsi fin dalla tenera età).
Comunque esistevano delle forme standard che venivano adottate da quasi tutti.
La più elementare era la vecchia che era costituita da due pezzi di canna incrociata e spaghi colleganti i vertici al fine di formare un semplice quadrato; se poi aggiungevi un’opportuna coda di bilanciamento ed l’indispensabile briglia il gioco era fatto e se avevi la fortuna d’incappare in una forte tramontana, riuscivi ad alzare questa rudimentale semplicità ma era pur sempre un effimero successo.
C’erano poi il modello romboidale e quello a losanga che costituivano già un certo passo avanti.
I più bravi costruivano la giunca che era assemblata con i giunchi; questi erano estremamente flessibili e permettevano di realizzare forme più armoniose anche se la resa aerodinamica lasciava sempre a desiderare; in realtà molti tenevano ad esibire solo la loro bravura nel costruire aquiloni sempre più belli e colorati ponendo in seconda linea la vera vocazione di questi che era quella di volare in barba all’estetica!
Va detto che i giunchi altro non erano che i lunghi e flessibili rami di un’utile pianta che cresceva nel nostro fiume e che adesso (ci dicono per la funzionalità e la sicurezza degli argini) è relegata nel regno dei ricordi.
Ma i più pretenziosi di noi erano insoddisfatti dei risultati raggiunti ed avvertivano l’impellente bisogno di creare qualcosa di più ardito e funzionale.
Un vecchio documentario di regime ci fece trovare una rivoluzionaria soluzione.
In tale spezzone cinematografico si vedevano volare degli enormi aquiloni fatti a prismi collegati fra loro al fine d’avere disponibili ampie superfici portanti e sovrapposte.
Aiutati da qualche adulto volenteroso ed entusiasta realizzammo un oggetto volante simile nella forma ad un vero aeroplano e di notevoli dimensioni per essere un’avilone.
In lunghezza e larghezza si sfioravano i due metri ed un mezzo metro di distanza fra i due piani sovrapposti.
L’assemblaggio ebbe luogo in casa mia e fu un vero impegno trovare canne così sottili e resistenti; anche per la copertura ci furono vari problemi ma l’entusiasmo del gruppo fu sufficiente per farci superare ogni difficoltà.
Dopo un mese di lavoro collettivo eravamo pronti per la grande prova ma ecco subito presentarsi uno smisurato imprevisto.
Eravamo così presi nel lavoro che non tenemmo conto della cosa più elementare, cioè che un oggetto così voluminoso non sarebbe riuscito a passare dall’uscio di casa e nemmeno dalla stanza di lavoro.
Ci trovavamo proprio alla disperazione finché mio padre non smontò una finestra da cui con enormi difficoltà riuscimmo portare fuori quel mostro volante.
Eravamo convinti che quest’affare avrebbe volato approfittando della forte tramontana che mugghiava quel fatidico giorno.
Ed infatti volò, eccome, ma anche troppo bene.
Dopo aver montate le briglie ed collegato un robusto spago di oltre cento metri lunghezza io stesso m’assunsi l’onore e la responsabilità del collaudo.
Il fatto è che a nessuno era venuto in mente che per reggere un aquilone così spropositato un ragazzo da solo sarebbe stato subito trascinato via dalla forza del vento.
Nemmeno io pensai ad adoprare un paio di guanti per non ustionarmi le mani a causa della frizione del ruvido e robustissimo cavo di controllo.
Il mostro, senza troppi ripensamenti, prese un enorme velocità di innalzamento ed io cominciai ad urlare dal dolore alle mani.
Un adulto comprese ciò che stava accadendo e con le sue robuste e callose mani mi tolse dagli impicci; mi ero proprio ustionato ma il maestoso spettacolo di quel grande aquilone che prendeva rapidamente quota ci lasciò tutti a bocca aperta.
Ma s’avvertiva nell’aria l’approssimarsi di una fatale conclusione!
Dopo pochi minuti il filo era finito; l’ingordo s’era bevuti cento metri di filo in un battito d’occhio e ne esigeva ancora, con sfacciata prepotenza.
Qualcuno reperì ancora qualche gomitolo di spago che l’ingrato trangugiò ingordamente ma il peggio doveva ancora venire.
La fatica per reggere il cavo era troppa anche per gli adulti ed allora si convenne di ancorarlo ad un grosso palo che era nei paraggi.
A quel punto l’aquilone era talmente in alto che ci bruciavano gli occhi per seguirne le maestose evoluzioni dovute alla forza del vento.
A riportarlo giù non c’era nemmeno da pensarci perché nessuno n'avrebbe avuta la forza necessaria.
Non restava che confidare nel fatto che solitamente verso quell’ora la tramontana cominciava a diminuire d’intensità, cosa che ci avrebbe consentito un più agevole recupero di quel coso volante.
Purtroppo le cose non andarono nel verso sperato; il cavo era ormai teso come una corda di violino ed emetteva un sibilo sinistro che non ci faceva prevedere nulla di buono.
L’attesa s’era fatta così spasmodica che nessuno emetteva un fiato in più.
All’improvviso ci fu uno schiocco di frusta ed il cavo si tranciò di netto.
In questi casi un aquilone responsabile comincia cadere non troppo rovinosamente e permette di essere recuperato sia pure ammaccato e con qualche costola rotta.
Ma lui volle fare di testa sua e, sia pure in maniera illogica, continuò in un’inarrestabile ascesa che presto ce lo fece perdere di vista.
Il dispiacere fu immenso per tutti, anche per i vicini che avevano assistito, increduli, a tutta la vicenda e che corsero unanimi ad asciugare le nostre copiose lacrime.
Era ormai sera e rimandammo le ricerche al giorno seguente.
Ricerche che risultarono subito vane ed infatti per chilometri in giro nessuno aveva visto dove fosse finito quel lazzarone d’aquilone.
Trascorsero varie settimane dal fattaccio e cominciarono a circolare strane voci riguardo ad un grosso ed informe oggetto colorato che si trovava impigliato nel parafulmine di un’alta ciminiera.
Sembra che i proprietari della cartiera di cui detta ciminiera faceva parte fossero oltremodo incazzati
per l’accaduto e per gli eventuali danni riportati dal parafulmine.
Naturalmente nessuno di noi si fece avanti e la faccenda ebbe termine con la caduta a terra di ciò che restava della nostra ingrata creatura.
Fingendoci normali curiosi anche noi andammo a contemplare, con il nodo alla gola, i miseri e colorati resti ma neanche uno della cricca si fece avanti per recuperare qualcosa dal mucchio informe.
L’accaduto ci servì da lezione per cui in seguito continuammo a costruire con entusiasmo quel modello d’aquilone ma attenendoci a misure molto più ridotte.
La quasi totalità dei ragazzi seguitò per anni a dilettarsi d'aquiloni che andavano ad alzare sul greto del fiume con alterne fortune.
Poi con l’avvento dei giochi virtuali, molti di loro s’impigrirono e si dedicarono al Nintendo ed altri congegni elettronici.
Progresso?
Permettetemi di aver dei dubbi al riguardo ma il consumismo esige questo e ben altro.
Questi ragazzi non proveranno mai l’indicibile ebbrezza del correre per prati e colline con il filo di un aquilone in mano.
Loro razzi e missili li lanciano sullo schermo del computer e si divertono un mondo.
Io invece, alla mia avanzata età mi diverto ancora a mandare aquiloni che continuo a costruire con le mie mani.
I negozi specializzati fanno quattrini con coloro che amano ancora l’aquilone ma, oggi, nessuno si vuole complicare la vita con il montaggio di qualsiasi cosa.
Con qualche centinaio di euro se li comprano già assemblati e questi prodotti sono pratici e bellissimi, tecnicamente validi ed impeccabili ma non daranno mai la soddisfazione di poter dire: questo l’ho fatto io!


Appendice

Materiali in uso quando noi bambini, costruivamo aquiloni.
In quei tempi i soldi nelle famiglie, in genere scarseggiavano per cui ognuno doveva arrangiarsi con le poche risorse disponibili.
Lo scheletro dell’aquilone si faceva con comuni canne palustri ben essiccate e divise, per lungo, in quattro parti più sottili.
La copertura s’attuava con carta pergamena dai vari colori ed oggi praticamente irreperibile.
I meno abbienti adoperavano carta di giornale che essendo pesante e permeabile all’umidità appesantiva notevolmente l’aquilone che non ce la faceva ad alzarsi, se non in presenza di un vento di bufera.
Per incollare la copertura sul telaio si otteneva un’ottima colla sciogliendo farina di grano in poca acqua a cui si poteva aggiungere un goccio d’aceto per ottenere un maggior potere adesivo.
Il cavo di manovra ideale constava in gomitoli di spago ritorto ma questo tipo di spago non se lo potevano permettere in molti; allora si ricorreva al rozzo spago di canapa che appesantiva l’insieme ed aveva il brutto vizio d’aggrovigliarsi in matasse inestricabili che con gran bile dovevano poi essere gettate.
Una volta in quota s’usava spedire lungo il cavo le letterine d’amore che si pensava la bella avrebbe visto nei suoi sogni.
Questa pratica richiedeva che sul cavo non vi fossero grossi nodi per fare sì che l’amorosa missiva filasse velocemente verso alto e senza intoppi.
Comunque non era indispensabile che sul foglio fossero scritti messaggi, perché anche un semplice foglio in bianco saliva velocemente verso l’alta meta; d’altronde a tutti piaceva fantasticare su improbabili sviluppi delle proprie vicende personali.
La perseveranza premiava così i più ingegnosi che con pochi e modesti materiali arrivavano a lanciare nell’azzurro il proprio avilone!
Nel presente si potrebbero costruire meravigliosi aquiloni con i prodotti disponibili sul mercato specializzato.
Io ho costruito recentemente un prismatico a forma d’aereo di un metro per un metro per venticinque cm. dal peso di solo duecento grammi.
Possiedo anche un acrobatico che purtroppo sfrutto poco o punto dato che richiede notevoli doti di fiato ed agilità che cominciano ad essere carenti.
Allora, nei giorni ventosi me ne vado, solo soletto, a godermi le evoluzioni del mio aquilone, bello e colorato e rattoppato.
Purtroppo nessun giovane, nipoti compresi, ha voluto seguirmi in quest’arcaico ma affascinante passatempo perché oggi impera la velocità e la praticità e nessuno indugerebbe nel far volare un lento e flemmatico aquilone.
Non c’è tempo, non c’è tempo, tutti ribadiscono.
In tempi andati si diceva che il tempo lo dà Dio……..ma anche così va bene.
….o bere o affogare.

mercoledì 12 marzo 2008

bolle di sapone

Giancarlo Noferini

Bolle di sapone
…..come ci divertivamo con poco o niente.
Infatti bastavano poche scaglie di sapone da bucato, un vecchio bicchiere ed una cannuccia ricavata da una canna vera e propria che cresceva sugli argini del fiume.
Non c’erano altri ingredienti, c’era da fare solo un po’ di lavoro per amalgamare il sapone con l’acqua messa nel bicchiere; in pratica si soffiava, con la canna, nella miscela d’acqua e sapone fino a quando questo non s’era disfatto, formando un soluzione viscida e schiumosa.
Ora non restava che cominciare a soffiare nella cannuccia intrisa nell’acqua saponosa per far di bolle ed all’inizio, ciò, non è poi così facile come sembrerebbe.
Come per tutte le cose, anche per le più semplici, bisogna fare un po’ di pratica e poi va tutto liscio.
Anche nel fare le bolle di sapone c’è chi è più o meno abile e chi è bravo riesce a soffiare bolle più grandi.
Queste bolle sono veramente un miracolo per la loro fragilità e delicatezza, con il loro cangiare nei vari colori dell’iride e con il loro leggero volare in balia della brezza più lieve.
I bambini piccoli danno acuti strilli di gioia e le inseguono per afferrarle ma appena le sfiorano….paff, la bolla sparisce!
I ragazzi grandicelli sperimentano sempre nuove miscele con empirici ingredienti, nella speranza di ottenere bolle sempre più grandi e se ottengono un sia pur lieve risultato non rivelano a nessuno la nuova formula; ciò per stupire gli amici e vincere qualche eventuale gara a chi riesce ad ottenere la bolla più grossa o duratura.
Io, alla mia avanzata età, mi diverto ancora a far le bolle per la gioia dei miei nipotini e mischiando vari saponi liquidi e altre diavolerie moderne, reperibili in bagno ed in cucina, riesco a fare bolle veramente enormi e così resistenti da riuscire ad inserire una bolla in un’altra bolla e in un’altra ancora.
Resta il rimpianto che quando ero bambino non avevo a disposizione altro che acqua e qualche rimasuglio di sapone di Marsiglia.
Anche questo farebbe parte del progresso ma, ormai, le preistoriche e obsolete bolle di sapone non le vedi fare più ad alcuno.
Oggi si trovano in commercio confezioni per fare bolle di plastica che sono veramente brutte a vedersi o quei tubetti in cui soffiando in un aggeggio ottieni una serie di minuscole bollicine che fanno veramente ridere e nulla lasciano alla creatività ed al sapersi arrangiare del ragazzo moderno che, d’ altronde, è un mostro di bravura con la play-station……..

lunedì 10 marzo 2008

continua......

........ comunque non vedo alternative, in questi particolari tempi, a quanto asserito prima.
Mai come oggi, per grandi e piccini, è valso il detto: Non ti curar di lor, ma guarda e passa.
Certamente il Sommo Poeta non intendeva questo ma, ben riflettendo, il verso s'adatta felicemente al comune senso della vita, intendendo che ciascuno pensa a se stesso e poco si cura dei bisogni altrui e, si badi bene,
bisogni non necessariamente di carattere materiale............

domenica 9 marzo 2008

Stati d'animo

Stanotte stentavo a prendere sonno.
Stavo rimuginando su quanto è diventato vacuo il significato del vocabolo
"Amicizia".
Sembra un qualcosa senza il minimo valore da attribuire.
Vecchi amici (o tali considerati) ti voltano le terga senza alcun motivo apparente; di solito perchè sono entrati in rapporto con qualcuno che conta
(almeno così pensano) e non hanno più tempo per te.
Mi riprometto di tornare quanto prima sull'argomento per approfondirlo
e cercare una congrua spiegazione; ciao a presto!

venerdì 7 marzo 2008

d'istinto

Questo è un primo approccio..........

Per ora devo riflettere ma, in seguito, mi riprometto d'essere prolifico ed esporre liberamente le idee che frullano nella mia venerabile capoccia.

Ciao a presto.........