
A volte, nel trascorrere dei giorni, avvengono dei bizzarri eventi che aiutano a sopportare la monotonia della vita e la routine giornaliera; essi sostano nella memoria per tutta l’esistenza, come gradevoli illusioni di un remoto passato.
Non esistevano a quell'epoca i tecnologici passatempi che i ragazzi d’oggi hanno disponibili. Quando eravamo in giovane età, io e i miei coetanei supplivamo con la fantasia alla penuria di giocattoli ed altre distrazioni, essenziali per l’armonico sviluppo intellettuale della gioventù d’ogni epoca e di qualsiasi latitudine.
Un provvidenziale diversivo era quello d’andarsene a catturare i ranocchi del fiume per friggerli ed approntare stuzzicanti convivi, unendo così l’utile al dilettevole.
Infatti, in famiglia erano tutti contenti quando tornavo a casa con una lunga filza di verdi rane.
Qui è necessaria una spiegazione riguardo alla suddetta filza di rane.
Era essa costituita da un robusto ed acuminato filo di ferro con cui, senza tanti complimenti, s'infilzavano le anfibie in successione, fino a realizzarne un vero e proprio fascio.
Senza che ce ne rendessimo conto, ci comportavamo con crudeltà verso quelle povere bestiole, il cui unico ed amaro destino era quello di finire in padella.
Certamente, però, non sarebbero dovute morire infilzate per la gola con un simile acuminato fil di ferro e fra, chissà quali, tremendi dolori.
Per ovviare a simile riprovevole consuetudine uscì un’ordinanza comunale che obbligava a riporre le prede in un capace sacchetto di tela, alla cui confezione provvidero le massaie di casa.
Anche per la susseguente uccisione del ranocchio dovemmo adottare delle maniere più adeguate e umanitarie.
Perdoniamo l’eufemismo!
Pertanto, prima di procedere al taglio della testa e delle zampe gli sbattevamo la capoccia su di una pietra per procurare loro una sorta d’anestesia e non farli soffrire troppo (sic).
Certe pratiche, oggidì possono apparire una vera barbarie e propria ma noi eravamo usi a far questo, sospinti dalla necessità di portare a casa qualcosa da mangiare e che fosse alla portata delle allora limitate risorse; se quindi, questo qualcosa era anche gratuito come le rane del fiume, tanto meglio!
Resta che nei tempi attuali, così condiscendenti, emotivi e pervasi da un gran senso d’amore per il prossimo e per la natura, coloro che detengono il potere annientano, semplicemente premendo un pulsante, intere etnie
Queste, putacaso, di solito hanno la sventura di risiedere su terreni imbevuti di petrolio.
Tutto ciò, a turno, i vari governanti lo mettono in atto con l’ipocrita pretesto di combattere il terrorismo ed esportare democrazia.
Conclusa la spinosa controversia è d’uopo tornare sul nostro argomento.
Essendo io considerato valido cercatore di rane, ero soventemente agognato dagli amici e dalle famiglie del vicinato.
La faccenda stava in questi termini: io procuravo grandi quantità di ranocchi già puliti e sistemati con le zampine posteriori incrociate come vuole la tradizione; con queste ghiottonerie si allestivano gustosissime cene con tanto di zuppe, fritture d’ogni genere e generosi fiaschi di vino della vicina vigna.
Qualcuno sarà curioso di sapere come potevo procurarmi così facilmente tante rane.
Io ed altri adottavamo uno sperimentato sistema usato dai vecchi pescatori del padule.
Si trattava semplicemente d’usare, con una mano, un’abbagliante lampada ad acetilene (che oggi è diventata una cosa ormai introvabile).
Metodo che permetteva di catturare rapidamente, con la mano libera, la bestiola abbacinata e stordita da tanta straordinaria luce.
Una volta afferrato, l’anfibio veniva fatto scivolare rapidamente nell’ampio sacchetto di cotone che si portava appeso alla cinta dei calzoni.
Però questo viscido birbante, per sfuggire ad una brutta fine, era capacissimo di sgusciarti di mano e, rapido come saetta, sparire nella melma rendendosi, in tal modo, irreperibile anche alle più pazienti ricerche.
Ma se t’assisteva la fortuna e t’imbattevi in una serata favorevole, in un paio d’ore ti portavi a casa cento od anche duecento gracidanti batraci.
Di grande importanza era anche la destrezza del partner che doveva afferrare ed infilare sveltamente nel sacco la rana, che appena catturata, gli era data in custodia.
Allora le notti erano magiche a causa dei concerti che la natura offriva gratuitamente: secondo il luogo scelto potevi goderti una melodiosa esecuzione musicale eseguita, in coro, dai ranocchi innamorati oppure deliziarti con un assolo del grillo canterino.
Giungevi a percepire, nell’oscuro aere circostante, il melodioso richiamo del cuculo, dell’usignolo, della civetta o dell’assiolo.
Nelle ore diurne bastava recarsi nei campi e restarsene lì a prestare orecchio all’assordante frinire delle cicale.
Un incanto meraviglioso era l’inoltrarsi nei boschi che erano pervasi dal brusio di migliaia d'insetti affaccendati nella loro instancabile operosità e dai reiterati richiami d’occulte e canterine creature alate.
Una di queste serate fu tanto particolare da indurmi a rievocare, per filo e per segno, il curioso avvenimento che mi piombò addosso.
Ecco come andò realmente l’incredibile vicenda.
Quella sera capitò a casa mia l’amico Neno, inseparabile complice di tante avventure giovanili.
Neno propose d’andare a chiappar ranocchi dato che aveva una voglia matta di farsene una scorpacciata, seduta stante appena beccati.
Non considerò, l’ingenuo, che non si può vendere la pelle dell’orso prima d’averlo catturato!
Però ammise che in fatto di catturare rane egli era del tutto negato ma sarebbe stato disponibile a reggere il sacchetto con le prede.
Io, in maniera avventata, accettai senza riflettere che Neno si sarebbe probabilmente trovato in difficoltà nel gestire la situazione.
Era questo Neno, un tipo dotato di un altruismo incredibile e di una generosità infinita ma, purtroppo, era anche un grande imbranato ed in certe situazioni non potevi permetterti la minima svista.
Fu così che, caricatici della necessaria attrezzatura, giunta l’oscurità ci si avviò verso il vicino fiume e subito furono dolori!
Neno, che mal s’orientava anche di giorno si trovò subito in difficoltà, lamentandosi perché non vedeva dove posava i suoi smisurati piedi.
Quando si va a far ranocchi, è indispensabile osservare il massimo silenzio e procedere furtivi nel buio più nero.
Io conoscevo a menadito il percorso e lo potevo fare anche bendato ma il povero Neno era tentennante e brancolava nell’oscurità con il terrore di ruzzolare in un fosso melmoso.
Fortuna volle che male o bene ci calassimo nel torrente, ma col baccano fatto le rane s’erano zittite, per cui non restava che prendere tempo fino a che la situazione non fosse tornata normale.
Contento d’essersela cavata bene lo sciagurato si mise perfino a canticchiare una canzonaccia oscena e a fumare un pestilenziale sigaro, con l’inevitabile risultato di mettere in fuga i pochi incauti anfibi lì restati; si dà, infatti, il caso che essi siano sensibilissimi ai rumori ed agli odori inconsueti.
Avevo un diavolo per capello, ma cercando di restare calmo, proposi di spostarci verso più tranquilli lidi e più a Nord, con il risultato di dare adito a nuove lamentele.
Finalmente, procedendo con cautela e senza fare il minimo rumore, ricominciammo ad udire il sospirato gracidare.
Mi parve che Neno avesse finalmente capito come ci si deve comportare in simili circostanze e quindi proseguimmo lenti ma sicuri verso la sospirata meta.
Man mano che ci avvicinavamo allo specchio d’acqua il gracidare si faceva più intenso fino a divenire quasi assordante.
Impartita che ebbi un’altra esortazione al silenzio, scendemmo nell’acqua relativamente bassa con il faro acceso e rivolto in avanti; subito ci fu un irreale silenzio, ma i ranocchi erano ormai accecati dall’abbagliante luce, come aspettassero solo d’essere agguantati, cosa che cominciai subito a fare.
Non facevo altro che raccogliere la rana ipnotizzata, passarla a Neno e, senza fare alcun rumore, passare alla cattura successiva.
Avevo date precise istruzioni su come riporre sveltamente nel capace sacchetto la viscida preda e prepararsi alla mossa successiva; tutto sembrava andare avanti nel migliore dei modi.
C’era, però qualcosa che non quadrava nel fatto che dopo alcuni istanti dall’avere consegnata la preda percepivo, di solito, nuovi tuffi nell’acqua.
Forse, mi venne da pensare, questi bravi ranocchi sono tanto ansiosi di farsi acchiappare che s’avvicinano senza timore alla mia rapace mano per poi essere calati nel sacco dall’amico Neno?
Udito il tuffo mi voltavo rapido verso il rumore ed agguantavo, sottacqua, il birichino che tentava di svignarsela.
Andammo, in tal modo, avanti per circa un’oretta.
Avendo tenuto approssimativamente il conto delle catture, mi rivolsi a Neno affermando che a quel punto poteva bastare e che mi cominciavano ad intorpidirsi le mani ed i piedi per la prolungata sosta nella melma.
Uscii finalmente dallo stagno e messomi seduto su di un masso dissi a Neno di passarmi il sacco per dare una sbirciata alle prede.
Insolitamente taciturno Neno me lo porse con titubanza ed io pensai che anche lui fosse stanco quanto me.
Afferrato il sacchetto rimasi stupito per la sua leggerezza; io avevo calcolato che fossero circa un chilo di rane, più che sufficienti per un’abbondante frittura con contorno di fiori di zucca.
Apriti cielo e spalancati terra!
Il sacchetto che avrebbe dovuto essere per metà pieno era desolatamente vuoto e per di più nemmeno era stato aperto.
Buon per Neno che invece di andare in collera, come n'avrei avuto il sacrosanto diritto, fui preso da un incontenibile attacco d’ilarità, tanto m’appariva assurda la sconcertante realtà.
Ecco cos'era successo durante la mia faticosa ed inutile caccia!
Quello sciagurato, e qui devo ammettere che era colpa mia il non avere verificato, pensava che il sacchetto fosse realmente aperto invece di essere chiuso a metà della sua lunghezza.
Il disgraziato, quando metteva la rana nella sacca, non s’accorgeva che l’astuta bestiola se la dava a gambe senza tanti ripensamenti e senza alcun rispetto verso due poveri citrulli!
Il continuo tuffarsi che avevo sentito era dovuto alla rapida fuga del batrace ed era, in pratica, sempre o quasi il solito ranocchio che mi ritrovavo fra le mani; infatti avevo notato come le rane che afferravo si somigliassero in maniera, a dir poco, strana ma non avevo fatto mente locale a quanto stava realmente accadendo, preso com’ero, dall’euforia per la fruttuosa caccia.
Il povero Neno era come stordito e non riusciva a rendersi conto dell’amara realtà; pensavo che da un momento all’altro sarebbe scoppiato in lacrime per il senso di colpa e mi ci volle del bello e del buono per consolarlo ed assumermi la mia parte di responsabilità in tutta la vicenda.
Dato che la cena era ormai promessa tornammo a casa mia dove ci consolammo con un’abbondante frittura di patatine novelle, zucchette e loro fiori appena raccolti nell’orticello di mio padre.
Per condividere la nostra sventura, invitammo anche alcuni amici che si sbellicarono, fino a sentirsi male, con veraci lazzi e sghignazzate.
Finimmo la serata mangiando e divertendoci ad iosa, anche senza le agognate rane, sorseggiando un bel po’ di vino novello, facendo una gran baldoria alla faccia dei ranocchi in fuga, con i quali, nonostante tutto, sono rimasto sempre in cordiali rapporti (almeno da parte mia).
Innegabilmente gli astuti animaletti, quella sera mi giocarono un tiro birbone ridendo alle mie spalle, ma li perdonai di cuore ripromettendomi di tornare presto a goder della loro disponibilità ad essere gettati in padella!
Noferini Giancarlo