Giancarlo Noferini giovedì 13 marzo 2008
L’AQUILONE
Noi ragazzi nati fra gli anni 30 e gli anni 40 lo chiamavamo avilone; codesto a causa del singolare vizio pesciatino di sopprimere o cambiare qualche lettera nelle parole di più comune accezione.
I ragazzi di queste generazioni, di solito si divertivano a far volare vari aggeggi, nei modi più disparati ed ingegnosi.
Questo desiderio era, in parte, dovuto all’allora vigente sistema propagandistico del regime fascista. Martellando i giovani con la descrizione d’epiche e supposte imprese compiute dagli invincibili piloti della nostra gloriosa Aviazione, accadeva che ognuno di noi s’identificasse in un ardimentoso e temerario aviatore; questo doveva esser pronto a sacrificarsi per abbattere i micidiali aerei degli odiatissimi inglesi, nemici giurati dell’italica democrazia.
Il risultato di tale concetto era che ciascuno passasse il tempo libero con l’esprimere la propria inventiva realizzando strani arnesi che si sarebbero dovuti librare nell’aria con leggerezza ed agilità.
Di solito invece cadevano subito a terra rovinosamente.
I più perseveranti cercavano di carpire, ragionando, i segreti del volo onde applicarli ai semplici marchingegni fatti in casa.
Si cominciava, con il rischio di punizioni familiari, a sacrificare fogli e fogli dei quaderni scolastici per mettere insieme semplici aggeggi capaci di volare per qualche istante.
Il primo passo del principiante era di piegare e ripiegare tali fogli al fine di tirar fuori qualcosa che, in pratica, precorreva la linea degli attuali missili intercontinentali.
Essi erano in grado, con un’adeguata spinta manuale, di volare davvero per qualche metro per poi atterrare con grazia, provocando grida di giubilo da parte dei più piccoli ai quali non era permesso di partecipare alla fabbricazione se non in grado di volenterosi aiutanti.
Dopo tale stadio i più capaci cercavano di mettere insieme, con adeguate piegature dei suddetti fogli di quaderno, dei veri e propri piccoli aerei che volteggiavano con eleganza per alcuni secondi.
Quelli che atterravano planando venivano messi da parte con cura e quelli che cadevano malamente in picchiata venivano distrutti fra lamenti ed alti lai di coloro che li avevano malamente attuati.
Questo perché c’erano delle regole e degli accorgimenti da seguire se si voleva realizzare qualcosa che fosse in grado di funzionare.
Io, in particolare, avevo formato un gruppetto di coetanei che si davano da fare per disegnare in modo approssimato i modelli da costruire ed in ciò ero aiutato anche da mio padre che era un capace modellista.
La costruzione di questi minuscoli aerei veniva in seguito tralasciata ed avvicendata dalla passione irrefrenabile per l’avilone!
Gli aquiloni e la loro relativa forma, erano parto della fantasia e dell’abilità di colui che ad essi dedicava il proprio tempo libero (in verità scarso a causa dello studio o del lavoro a cui nessuno poteva sottrarsi fin dalla tenera età).
Comunque esistevano delle forme standard che venivano adottate da quasi tutti.
La più elementare era la vecchia che era costituita da due pezzi di canna incrociata e spaghi colleganti i vertici al fine di formare un semplice quadrato; se poi aggiungevi un’opportuna coda di bilanciamento ed l’indispensabile briglia il gioco era fatto e se avevi la fortuna d’incappare in una forte tramontana, riuscivi ad alzare questa rudimentale semplicità ma era pur sempre un effimero successo.
C’erano poi il modello romboidale e quello a losanga che costituivano già un certo passo avanti.
I più bravi costruivano la giunca che era assemblata con i giunchi; questi erano estremamente flessibili e permettevano di realizzare forme più armoniose anche se la resa aerodinamica lasciava sempre a desiderare; in realtà molti tenevano ad esibire solo la loro bravura nel costruire aquiloni sempre più belli e colorati ponendo in seconda linea la vera vocazione di questi che era quella di volare in barba all’estetica!
Va detto che i giunchi altro non erano che i lunghi e flessibili rami di un’utile pianta che cresceva nel nostro fiume e che adesso (ci dicono per la funzionalità e la sicurezza degli argini) è relegata nel regno dei ricordi.
Ma i più pretenziosi di noi erano insoddisfatti dei risultati raggiunti ed avvertivano l’impellente bisogno di creare qualcosa di più ardito e funzionale.
Un vecchio documentario di regime ci fece trovare una rivoluzionaria soluzione.
In tale spezzone cinematografico si vedevano volare degli enormi aquiloni fatti a prismi collegati fra loro al fine d’avere disponibili ampie superfici portanti e sovrapposte.
Aiutati da qualche adulto volenteroso ed entusiasta realizzammo un oggetto volante simile nella forma ad un vero aeroplano e di notevoli dimensioni per essere un’avilone.
In lunghezza e larghezza si sfioravano i due metri ed un mezzo metro di distanza fra i due piani sovrapposti.
L’assemblaggio ebbe luogo in casa mia e fu un vero impegno trovare canne così sottili e resistenti; anche per la copertura ci furono vari problemi ma l’entusiasmo del gruppo fu sufficiente per farci superare ogni difficoltà.
Dopo un mese di lavoro collettivo eravamo pronti per la grande prova ma ecco subito presentarsi uno smisurato imprevisto.
Eravamo così presi nel lavoro che non tenemmo conto della cosa più elementare, cioè che un oggetto così voluminoso non sarebbe riuscito a passare dall’uscio di casa e nemmeno dalla stanza di lavoro.
Ci trovavamo proprio alla disperazione finché mio padre non smontò una finestra da cui con enormi difficoltà riuscimmo portare fuori quel mostro volante.
Eravamo convinti che quest’affare avrebbe volato approfittando della forte tramontana che mugghiava quel fatidico giorno.
Ed infatti volò, eccome, ma anche troppo bene.
Dopo aver montate le briglie ed collegato un robusto spago di oltre cento metri lunghezza io stesso m’assunsi l’onore e la responsabilità del collaudo.
Il fatto è che a nessuno era venuto in mente che per reggere un aquilone così spropositato un ragazzo da solo sarebbe stato subito trascinato via dalla forza del vento.
Nemmeno io pensai ad adoprare un paio di guanti per non ustionarmi le mani a causa della frizione del ruvido e robustissimo cavo di controllo.
Il mostro, senza troppi ripensamenti, prese un enorme velocità di innalzamento ed io cominciai ad urlare dal dolore alle mani.
Un adulto comprese ciò che stava accadendo e con le sue robuste e callose mani mi tolse dagli impicci; mi ero proprio ustionato ma il maestoso spettacolo di quel grande aquilone che prendeva rapidamente quota ci lasciò tutti a bocca aperta.
Ma s’avvertiva nell’aria l’approssimarsi di una fatale conclusione!
Dopo pochi minuti il filo era finito; l’ingordo s’era bevuti cento metri di filo in un battito d’occhio e ne esigeva ancora, con sfacciata prepotenza.
Qualcuno reperì ancora qualche gomitolo di spago che l’ingrato trangugiò ingordamente ma il peggio doveva ancora venire.
La fatica per reggere il cavo era troppa anche per gli adulti ed allora si convenne di ancorarlo ad un grosso palo che era nei paraggi.
A quel punto l’aquilone era talmente in alto che ci bruciavano gli occhi per seguirne le maestose evoluzioni dovute alla forza del vento.
A riportarlo giù non c’era nemmeno da pensarci perché nessuno n'avrebbe avuta la forza necessaria.
Non restava che confidare nel fatto che solitamente verso quell’ora la tramontana cominciava a diminuire d’intensità, cosa che ci avrebbe consentito un più agevole recupero di quel coso volante.
Purtroppo le cose non andarono nel verso sperato; il cavo era ormai teso come una corda di violino ed emetteva un sibilo sinistro che non ci faceva prevedere nulla di buono.
L’attesa s’era fatta così spasmodica che nessuno emetteva un fiato in più.
All’improvviso ci fu uno schiocco di frusta ed il cavo si tranciò di netto.
In questi casi un aquilone responsabile comincia cadere non troppo rovinosamente e permette di essere recuperato sia pure ammaccato e con qualche costola rotta.
Ma lui volle fare di testa sua e, sia pure in maniera illogica, continuò in un’inarrestabile ascesa che presto ce lo fece perdere di vista.
Il dispiacere fu immenso per tutti, anche per i vicini che avevano assistito, increduli, a tutta la vicenda e che corsero unanimi ad asciugare le nostre copiose lacrime.
Era ormai sera e rimandammo le ricerche al giorno seguente.
Ricerche che risultarono subito vane ed infatti per chilometri in giro nessuno aveva visto dove fosse finito quel lazzarone d’aquilone.
Trascorsero varie settimane dal fattaccio e cominciarono a circolare strane voci riguardo ad un grosso ed informe oggetto colorato che si trovava impigliato nel parafulmine di un’alta ciminiera.
Sembra che i proprietari della cartiera di cui detta ciminiera faceva parte fossero oltremodo incazzati
per l’accaduto e per gli eventuali danni riportati dal parafulmine.
Naturalmente nessuno di noi si fece avanti e la faccenda ebbe termine con la caduta a terra di ciò che restava della nostra ingrata creatura.
Fingendoci normali curiosi anche noi andammo a contemplare, con il nodo alla gola, i miseri e colorati resti ma neanche uno della cricca si fece avanti per recuperare qualcosa dal mucchio informe.
L’accaduto ci servì da lezione per cui in seguito continuammo a costruire con entusiasmo quel modello d’aquilone ma attenendoci a misure molto più ridotte.
La quasi totalità dei ragazzi seguitò per anni a dilettarsi d'aquiloni che andavano ad alzare sul greto del fiume con alterne fortune.
Poi con l’avvento dei giochi virtuali, molti di loro s’impigrirono e si dedicarono al Nintendo ed altri congegni elettronici.
Progresso?
Permettetemi di aver dei dubbi al riguardo ma il consumismo esige questo e ben altro.
Questi ragazzi non proveranno mai l’indicibile ebbrezza del correre per prati e colline con il filo di un aquilone in mano.
Loro razzi e missili li lanciano sullo schermo del computer e si divertono un mondo.
Io invece, alla mia avanzata età mi diverto ancora a mandare aquiloni che continuo a costruire con le mie mani.
I negozi specializzati fanno quattrini con coloro che amano ancora l’aquilone ma, oggi, nessuno si vuole complicare la vita con il montaggio di qualsiasi cosa.
Con qualche centinaio di euro se li comprano già assemblati e questi prodotti sono pratici e bellissimi, tecnicamente validi ed impeccabili ma non daranno mai la soddisfazione di poter dire: questo l’ho fatto io!
Appendice
Materiali in uso quando noi bambini, costruivamo aquiloni.
In quei tempi i soldi nelle famiglie, in genere scarseggiavano per cui ognuno doveva arrangiarsi con le poche risorse disponibili.
Lo scheletro dell’aquilone si faceva con comuni canne palustri ben essiccate e divise, per lungo, in quattro parti più sottili.
La copertura s’attuava con carta pergamena dai vari colori ed oggi praticamente irreperibile.
I meno abbienti adoperavano carta di giornale che essendo pesante e permeabile all’umidità appesantiva notevolmente l’aquilone che non ce la faceva ad alzarsi, se non in presenza di un vento di bufera.
Per incollare la copertura sul telaio si otteneva un’ottima colla sciogliendo farina di grano in poca acqua a cui si poteva aggiungere un goccio d’aceto per ottenere un maggior potere adesivo.
Il cavo di manovra ideale constava in gomitoli di spago ritorto ma questo tipo di spago non se lo potevano permettere in molti; allora si ricorreva al rozzo spago di canapa che appesantiva l’insieme ed aveva il brutto vizio d’aggrovigliarsi in matasse inestricabili che con gran bile dovevano poi essere gettate.
Una volta in quota s’usava spedire lungo il cavo le letterine d’amore che si pensava la bella avrebbe visto nei suoi sogni.
Questa pratica richiedeva che sul cavo non vi fossero grossi nodi per fare sì che l’amorosa missiva filasse velocemente verso alto e senza intoppi.
Comunque non era indispensabile che sul foglio fossero scritti messaggi, perché anche un semplice foglio in bianco saliva velocemente verso l’alta meta; d’altronde a tutti piaceva fantasticare su improbabili sviluppi delle proprie vicende personali.
La perseveranza premiava così i più ingegnosi che con pochi e modesti materiali arrivavano a lanciare nell’azzurro il proprio avilone!
Nel presente si potrebbero costruire meravigliosi aquiloni con i prodotti disponibili sul mercato specializzato.
Io ho costruito recentemente un prismatico a forma d’aereo di un metro per un metro per venticinque cm. dal peso di solo duecento grammi.
Possiedo anche un acrobatico che purtroppo sfrutto poco o punto dato che richiede notevoli doti di fiato ed agilità che cominciano ad essere carenti.
Allora, nei giorni ventosi me ne vado, solo soletto, a godermi le evoluzioni del mio aquilone, bello e colorato e rattoppato.
Purtroppo nessun giovane, nipoti compresi, ha voluto seguirmi in quest’arcaico ma affascinante passatempo perché oggi impera la velocità e la praticità e nessuno indugerebbe nel far volare un lento e flemmatico aquilone.
Non c’è tempo, non c’è tempo, tutti ribadiscono.
In tempi andati si diceva che il tempo lo dà Dio……..ma anche così va bene.
….o bere o affogare.
Finalmente posso rendere noto a tutti, il mio stato d'animo, liberamente e senza coercizioni! Questa è la vera libertà che ho cercato per una vita e che mi permetterà di far sapere agli altri ciò che agita i miei pensieri, anche se ciò interesserà a pochi....
giovedì 13 marzo 2008
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