Finalmente posso rendere noto a tutti, il mio stato d'animo, liberamente e senza coercizioni! Questa è la vera libertà che ho cercato per una vita e che mi permetterà di far sapere agli altri ciò che agita i miei pensieri, anche se ciò interesserà a pochi....

mercoledì 19 novembre 2008

Gli appecoronati


Di nuovo il Cavalier Silvio alias Silvan ritorna sugli scudi con le sue facezie, purtroppo non sempre intelligibili per i molti suoi incolti connazionali sinistrorsi.
Perfino quel bell’esemplare d’umanoide del ministro Brunetta gli è stato di grande aiuto nella sua campagna denigratoria, asserendo che i fannulloni italiani stanno tutti a sinistra:
Se poi, all’assecondata lista di giornalieri insulti, aggiungiamo gli epiteti nuovi di conio e frutto delle oltremodo spremute meningi di trentenne (come ama definirsi il nostro) vuol dire che la classe politica italiana è giunta al capolinea!
In questi giorni la sinistra ha supinamente e servilmente accettato una tale sequela d’irrisioni che in altre nazioni avrebbero comportato le dimissioni dell’intero apparato governativo a furor di popolo.
Ma come dice Silvio, audace emulo del trasformista mago Silvan, gli italiani sono, testuali parole del Cavaliere, pecoroni,pusillanimi,nullafacenti e pure, udite,udite,appecoronati!
Appecoronati, direte voi?
Ho sfogliato diversi vocabolari, anche on-line, ma non ho trovata traccia di quest'originale lemma;
comunque ci vuol poco a comprendere che l’originale epiteto tende ad evidenziare l’arcinota posizione accondiscendente e specifica delle ultime generazioni degli italiani: mosci, cedevoli e leccapiedi.
Proprio come desidera in cuor suo, il Cavaliere!
C'è ancora qualcosa che mi sfugge sul problema partenopeo, vedi eliminazione dei rifiuti urbani.
Il Premier dice d’averlo brillantemente risolto, ma una di queste mattine, su una rete nazionale, è andato fugacemente in onda uno strabiliante reportage in cui si mostrava il sottosuolo di Piazza Plebiscito e di Napoli intera, saturo fino all’inverosimile, di ecoballe, elettrodomestici, tv ed ogni altro bendiddio.
E’ da qui che scaturisce l’accostamento di Silvio al mago Silvan.
Come si è potuta spostare tutta la spazzatura di Napoli, dalla superficie al sottosuolo urbano,senza che alcuno si sia accorto di nulla?
Con la magia?
A meno che non si trattasse d’ennesima bufala propalata a bella posta da non si sa chi!
Oppure i soliti ignoti hanno messo, di nuovo, il bavaglio all’informazione pubblica!
E’ davvero strano che la faccenda non abbia seguito il suo naturale iter, dato che gli italiani più mattinieri hanno visto de visu, tale servizio.
In questa bell’Italia può succedere questo e ben altro!
Allora, caro Silvio alias Silvan, vorresti avere almeno il buon senso di spiegarci ciò che è accaduto con il tuo beneplacito?
Perché tu lo sai, a te non sfugge niente, proprio niente!
Non muove foglia, che Dio non voglia!
Noi, buona parte degli appecoronati, restiamo in trepida attesa.
Auguri……di buon governo!

Giancarlo Noferini mercoledì 19 novembre 2008

martedì 28 ottobre 2008

Prosciutti e company


martedì 28 ottobre 2008

Prosciutti ecc. ecc.

Sembrerebbe incredibile ma qualcuno l’ha ritentata.
Uscimmo a pezzi dalla vicenda del vino al metanolo ma si continuano a perpetrare, con sorprendente assiduità, nuovi attentati alla salute pubblica.
Ci hanno propinato prodotti caseari andati a male, trasformati in formaggio fuso o grattugiato;
il tutto, con la complicità di grandi catene commerciali multinazionali, smaltito perfino nelle mense pubbliche e esponendo a grave rischio la salute del consumatore più ingenuo e inesperto, frastornato in maniera indecente dai mass- media, primi corresponsabili di ogni vicenda farabutta che si compie nel nostro paese.
Pochi giorni fa, una delle più reclamizzate aziende italiane è uscita, per il rotto della cuffia, da un nuovo colossale scandalo; pare che si prefiggesse di smaltire tonnellate di prodotti deteriorati ed ormai scaduti.
Comunque tutto è stato opportunamente smentito e messo a tacere dagli stessi responsabili, ma la pulce nell’orecchio rimane tuttora.
L’ultima schifosa impresa riguarda il recupero e la smaltimento di celeberrimi prosciutti d’alta gastronomia, marci e invasi dai vermi.
Come è noto agli addetti al settore, i prosciutti non adeguatamente protetti sono soggetti ad essere attaccati dalla mosca comune, sempre che essa riesca ad introdursi nei locali di stagionatura e deporre le proprie uova sui detti prosciutti.
Il risultato di tale attacco è devastante ed, in tal caso, il prosciutto diventa un ammasso di carne marcia e ributtante.
E’ venuto alla luce che esistono aziende che si occupano del recupero e la rimessa nei canali alimentari dei prosciutti così andati a male.
Queste aziende che dovrebbero distruggere tali porcherie, invece le ripuliscono alla meglio e le riducono in piccoli pezzi.
Questi vengono confezionati sotto vuoto, etichettati fraudolentemente e poi smaltiti sui banchi alimentari, in alcuni negozi tradizionali ed anche in alcuni supermercati, sempre attenti a realizzare il massimo profitto possibile dai loro commerci.
A volte i pezzi così recuperati sono ridotti in frammenti che vanno a finire, ammiccanti, nei vassoi che certi irresponsabili rivenditori espongono al pubblico per l’assaggio, onde attirarlo al proprio banco; questo, da se, costituirebbe già un reato passibile dell’arresto immediato del rivenditore ma nessuno, come di norma, s’accorge di nulla e il crimine continua ad imperversare.
Verrebbe allora la voglia di ritirarsi in campagna per allevarsi il bestiame per uso familiare e coltivarsi la propria verdura e frutta ma nemmeno il contadino è più autosufficiente, convinto che non è vantaggioso produrre alimenti in proprio, dato che il mercato offre, a prezzi convenienti e senza tanto lavoro, qualsiasi cosa di cui uno ha bisogno.
Alla faccia dei sapori e della genuinità!
Reso edotto di ciò che si compie a suo danno, volete sapere cosa, in effetti, si propone il consumatore italiano, supinamente privo d’iniziative?
Nulla, assolutamente nulla ed afferma che lui se ne sbatte i c……!

Non ci resta che subire…cornuti e mazziati o, come si dice dalle mie parti, becchi e bastonati!

venerdì 24 ottobre 2008

Il Grande Frainteso


Non passa giorno che il nullatenente Cavaliere, incompreso paladino del popolo, novello Don Chisciotte che si batte a viso aperto contro quei mostri celati nella losca sinistra, venga frainteso nelle sue decisioni.
Molto frequentemente costoro lo attaccano alle spalle attribuendo al vessato dichiarazioni che a lui non sarebbero mai passate per la mente, povera vittima indifesa.
Anche ieri, in quel di Pechino, il Nostro avrebbe minacciato gli studenti in agitazione di fare intervenire la polizia per allontanarli dalle Scuole requisite.
Al che i biechi comunisti e loro degni accoliti hanno inscenato un’indegna caciara.
Meno male che il Cavalier Reggente, degno rappresentante di noi italiani nel mondo, non si è minimamente scomposto ed, il giorno dopo, ha negato, con comprensibile sdegno, d’aver sostenuta una simile nefanda ipotesi.
Allora, caro il mio Messia, come la mettiamo?
Sei proprio sicuro di essere eternamente e proditoriamente frainteso?
Forse, prima di lasciarti prendere la mano dal tuo eterno dire IO, faresti meglio a contare fini a dieci e non aprire la bocca incautamente, dato che poi gli italiani non sono veramente dei coglioni.
Ecco, forse speravi lo fossero davvero, ma non tutte le ciambelle riescono con il buco.
Da quel dì gli Italiani si attendevano che tu riuscissi in quello che finora non era riuscito a nessuno di tutti quei mangiapane a tradimento che finora si sono alternati a guidare questo deprecato paese di nullafacenti, presuntuosi e privi di cognizioni.
Adesso tutti sono profondamente delusi e pentiti d’aver dato mandato all’ennesimo trombone, per di più scordato e stonato.
Ma siamo magnanimi, continuiamo pure a sopportare le infinite angherie che Voi politici ci infliggete ogni giorno.
Forse qualcuno, prima o poi si ravvedrà e per prima cosa penserà a ridurre ad un quarto gli stipendi, che in un impeto di generosità avete stabilito di assegnare a voi ed a tutti i vostri diretti dipendenti.
E’ umano lo sperare………ma io sono già tanto in la con gli anni e vedo passare, sotto i ponti, sempre la solita acqua maleodorante e avvelenata.

venerdì 24 ottobre 2008

lunedì 20 ottobre 2008

Me ne sbatto....


sabato 18 ottobre 2008
Giancarlo Noferini

Me ne sbatto i c………di tutto e di tutti

Voglio intenzionalmente e nel pieno delle mie facoltà mentali, esprimermi nel modo più crudo ed impudente possibile; ciò a causa delle nuove consuetudini verso cui sembra propendere l’attuale e inaspettato modo d’esternarsi dei mass-media e della gente della strada.
In parole povere, così facendo, m’aspetto di diventare gradito anche a quel prossimo che non vede con occhio benevolo quei soggetti che, come me, rifuggono ognora dagli schemi stabiliti dalla società.
Oggigiorno, contrariamente a quel che si proclama ed alla faccia dell’amore per il prossimo, amore mai come oggi ostentato da una marea d’associazioni no profit (filisteo modo di dire!), ognuno rema per conto suo e se ne frega altamente dei problemi altrui.

Questo significa che, d’ora in avanti, farò come fan tutti e cioè:

L’Italia non aderisce ai programmi U.E. riguardo alle emissioni di anidride carbonica?
E io me ne sbatto i c…..

Problemi per la scuola dei nostri figli?
E io me ne sbatto i c…..

Morti in un giorno otto operai sul lavoro?
E io me ne sbatto….

Problemi in Vaticano per la beatificazione di Pio XII?
E io me ne sbatto i c…….

Attaccati e feriti militari italiani in Afghanistan?
E io me ne sbatto i c……..

Bomba U.S.A. intelligente uccide dieci bambini in una scuola irachena?
E io me ne sbatto i c……..

La camorra vuole uccidere l’autore di Gomorra, Roberto Saviano?
E io me n e sbatto i c…….

Il latte cinese, addizionato con sostanze chimiche per aumentarne il contenuto proteico, uccide duecento cinesini?
E io me ne sbatto i c……

Migliaia di fanciulli muoiono, ogni giorno, di fame e di sete mentre noi c’ingrassiamo come porci?
E io me ne sbatto i c……

Il branco stupra e sevizia ingenua fanciulla?
E io me ne sbatto i c……

Un gruppo di quattordicenni bastona a morte un vecchio che voleva usare il loro marciapiede?
E io me ne sbatto i c…….


Nuovi indagati per peculato e corruzione fra i nostri parlamentari?
E io me ne sbatto i c…….

Questi sono solo alcuni esempi, fra le varie migliaia, di quello che accade ogni giorno sulla faccia della terra e di ciò che è capace di mettere in atto, la bestia-uomo; tutto viene universalmente tollerato se non, addirittura, giudicato corretto.
Comunque, una cosa mi resta da far notare.
Il lettore si sarà accorto che non ho utilizzato per intero la parola coglioni; questo per un resto di pudore che non riesco a togliermi di dosso…, mentre invece un esimio Cavaliere, reggente dei nostri destini, la usa correntemente e senza il timore d’esser frainteso, nel rivolgersi a chi non la pensa come Lui.
E poi si dice che i giovani sono maleducati!.........ma da che pulpito vien la predica?
Per tornare al mio caso, sono sicuro che così operando, gli altri m’accetteranno come un essere normale; fino ad oggi, in pratica, sono riuscito, anche a causa del mio temperamento irriflessivo, ad alienarmi l’amicizia di persone che ritenevo a me affezionate.

Meno male che non è mai troppo tardi per redimersi!

mercoledì 17 settembre 2008

Lettera aperta al Cavaliere


Eminente Cavaliere, reggitore supremo degli italici destini, geniale imbonitore, grande intrattenitore di folla ormai plagiata e proprietario di smisurate piattaforme televisive.
Non tramonta il sole senza che Lei non procuri novello piacere a noi poveri mortali, con le Sue originali e opportune deliberazioni riguardanti i quotidiani problemi che assillano il Paese, problemi che Lei mostra tanto d’avere a cuore, in modo particolare quelli inerenti i suoi rapporti con la magistratura ordinaria che sembra perseguitare con zelo inopportuno, la sua rispettata Figura.
Peccato che, a tale riguardo, tante malelingue insinuino che Lei tratti solo leggi ad personam.
Ma tutti noi siamo così fiduciosi in Lei che le abbiamo consegnato, per l’ennesima volta, questo ingrato paese in cui si celano biechi individui che, accanitamente, cercano di coglierla con le mani nel barattolo della marmellata.
Di cosa non è capace d’escogitare chi si rode d’invidia per i Suoi eclatanti successi, che Lei riesce ad attuare perfino a livello internazionale.
Come dimenticarsi del famoso gesto a mo di corna, a carico di un suo onorevole collega , che Lei esibì in una riunione internazionale di superpotenze, passata poi alla storia!
Ma così va il mondo politico d’oggi, mettere in ridicolo gli altri ed in ciò Lei è invero portato.
In ogni modo non se la prenda troppo con l’insipiente ed ingrata plebaglia, che non apprezza i Suoi diuturni e disinteressati sforzi, volti a migliorare le penose condizioni in cui versa il paese.
Peccato però che io stesso, a volte, sia colto da qualche dubbio.
E’ Lei sicuro al cento per cento, di non prenderci (che lo dico bonariamente è sottinteso) tutti per i fondelli?
La prego, si giustifichi e si difenda dai rinnovati attacchi giornalieri che bersagliano la sua stimata Persona (per dirla con il suo fedele scudiero, fedele di nome e di fatto)
Comunque, dopo tanto concionare, è d’uopo venire al sodo..
Sto constatando, infatti, come Lei stia emulando (s’intende, in senso bonario) un famoso personaggio creato da un mio illustre concittadino.
Sto parlando proprio di lui, Pinocchio, che proprio Lei, esimio Cavaliere, sta oscurando in quanto a ( involontarie?) fanfaluche somministrate a piene mani.
Non si tratta di disistima, per carità. sarebbe prematuro, ma mi permetta qualche legittimo dubbio riguardo al Suo disinvolto modo di fare politica.
Ad ogni piè sospinto Lei si fa vanto d’essere riuscito dove tutti, ma dico tutti, erano falliti.
Non scorre telegiornale in cui Lei non ricordi a tutti noi, d’aver ripulito Napoli e tutto il Sud da montagne di monnezza che ivi si erano accumulate durante tanti incapaci governi precedenti il suo.
Ebbene, caro il mio Cavaliere, essendo il sottoscritto seguace di San Tommaso (se non vedo non credo), mi sono tolto lo sfizio e ho fatto un bel viaggio nella da Lei adottata, endemicamente bella Campania.
Mi son così reso conto che il suo stimabile naso dovrebbe essere lungo almeno due metri!
Napoli e tutta la Campania sono ancora sommersi, ed è dir poco, da enormi e puzzolenti montagne di rifiuti che, fra l’altro vanno continuamente, chissà di chi è la colpa, a fuoco.
L’aria è così irrespirabile che molta gente se ne vie via da quei suoi amati luoghi, in particolar modo coloro che non sopportano più tanti soprusi da parte di chi ben Lei sa.
Mi dica Lei, eminente Paladino degli Indifesi, come la mettiamo in merito alle sue continue asserzioni d’aver risolto, definitivamente, il problema?
Forse è ciò dovuto al fatto che gli Italiani, come più volte da Lei sostenuto, sono in buona parte dei reali coglioni?
La sua ultima uscita, a livello internazionale, allorché la U.E. ci ha messo in guardia per il nostro nebuloso avvenire, è stata veramente scioccante.
Sua Eminenza illustrissima ha affermato, in sintesi, che il popolo italiano gode di grande agiatezza e lo dimostra il fatto che ogni italiano possiede un proprio cellulare.
Sai che godio…(lo ha anche il più scalcinato dei Vucumprà, infatti)
Un altro merito di vanto per gli italiani in massa, dovrebbe essere quello che l’attuale Presidente del Consiglio possegga, udite, udite, la squadra calcistica più ricca di trofei del pianeta Terra, mentre essa, guarda il caso, sembra che ultimamente non ne azzecchi una, nonostante i miliardi di investimenti d’oscura provenienza assegnati.
Questa poi non ci azzecca…..
Comunque il suo indubbio carisma, a volte subisce dei contraccolpi imprevedibili malgrado la sua arcinota lungimiranza.
Si mormora (che perfidia) che la di Lei vigorosa chioma, miracolosamente richiamata in vita, altro non sia che il frutto di continui e segreti innesti di microfibre di carbonio, ma io ritengo che ciò sia una malignità vera e propria, messa in giro dai suoi nemici per denigrarla ancora.
Si sussurra anche, che Lei coltivi un’eccessiva passione per le belle VELINE televisive e che cerchi di favorirle, in modo disinteressato, nella loro faticosa ed impervia carriera, ma in cambio di cosa?
MI vuole gentilmente spiegare?
Saranno, come al solito, solo perfide illazioni tese a diminuire la sua Statura?
E così via, a forza di tante ciarle maligne, grazie anche a Lei, la credibilità del popolo italiano va sempre più affondando nelle valutazioni internazionali.
Nelle varie classifiche, stilate all’estero, ci troviamo costantemente in coda, addirittura dietro la tanto ingiustamente vituperata Uganda e a tanti altri paesi sottosviluppati.
Mi dica, stimato Comandante Generale, Lei è proprio sicuro di avere intrapresa la giusta rotta in direzione di un luminoso futuro per gli italiani, proposito di soleva farsi vanto, arringando becere folle, un Suo illustre Predecessore Guida e Mentore d’infausta memoria per questa povera Patria.
Spero proprio di sbagliarmi e vorrei che Lei, dall’alto della sua Saggezza e Capacità di valutare i fatti ed i nostri impellenti bisogni, mi rassicurasse una volta per tutte circa i suoi programmi per un prossimo futuro.
Guardi, non sto affatto scherzando e come tanti milioni di italiani mi aspetto che Lei sia veramente il Deus ex machine di cui si avverte l’irrimandabile necessità.
Anche se con la puzza sotto il naso, sono disposto a ingoiare l’amaro boccone……e come dicevano a Napoli, nei bei tempi andati: Francia o Spagna purché se magna!
Mi scuso umilmente per l’eventuale disturbo che potrei averle arrecato e, dopo questo tedioso mio sproloquiare, mi resta la speranza che Lei prosegua nei suoi intenti, sia per salvarsi il c., sia nell’interesse di ogni abitante del bel paese dove il dolce sì suona.
Comunque questo altro non è che un tentativo di sfogo di un toscanaccio dalla lunga lingua, che come tutti i suoi conterranei, non riesce a tener questa a freno.

Restando in fervida attesa dei futuri sviluppi, mi prostro umilmente ai suoi esimi piedi
(questa poi è una bugia più grossa di quelle che Lei ci infligge ogni giorno che il buon Signore ci manda in Terra…..)
Con deferenza, saluti da Giancarlo


Nota dell’autore: questo è un lavoro di fantasia e pertanto ogni riferimento a fatti realmente accaduti od a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

Messo insieme da Giancarlo Noferini martedì 16 settembre 2008

mercoledì 20 agosto 2008

Non so più cosa pensare.....


Non so più cosa pensare…….di questo mondo

Personalmente e certamente è colpa mia, non riesco a stare al passo con il frenetico evolversi dell’attuale sistema di vita.
Perciò, di solito sono corrucciato, perché nonostante i quotidiani sforzi per adeguarmi, proprio non riesco a far ciò e così mi angustia il timore di restare tagliato fuori, come ordinariamente accade alla maggior parte dei miei coetanei.
Ognuno si adatta, e direi assai bene, al sistema ma, in pratica, si tratta di vera capitolazione o forzato compromesso.
Si ha un bel dire che settantasei anni costituiscono un’età in cui la voglia di sforzarsi di individuare
nuovi argomenti dovrebbe essere solo un ricordo, anche se pur piacevole.
Appunto per questo cerco di non trascurare niente di ciò che le nuove tecniche permettono e navigando sul Web per molte ore al giorno, posso aggiornare il mio blog in continuazione.
Diciamo che in questo campo dovrei ritenermi sufficientemente in linea ma, per il resto, quello che mi disturba è il modo di fare che la maggior parte delle persone, vecchie o giovani che siano, sta adottando nel complesso.
Largheggiano nuove regole nei rapporti con la società che proprio non mi va di accettare e che, in pratica, riescono solo a nausearmi.
La tolleranza, in molti casi è andata progressivamente scomparendo ed ognuno, e badate bene ciò è grave, sta diventando sempre più insofferente verso gli altri nel tentativo di mettersi in evidenza e porre se stesso al centro dell’attenzione; questo atteggiamento, peculiare di molti giovani d’oggi non è confacente alle persone che hanno trascorsi i loro anni giovanili in un’epoca in cui la vita era basata sulle cose essenziali.
Tutti corrono a perdifiato per inseguire una chimera, cioè il profitto o la notorietà a tutti i costi e questo senza guardare in faccia al prossimo, nemmeno ad eventuali persone di famiglia.
Questo atteggiamento è proprio stomachevole.
Un altro ammorbante particolare della falsa modernità è il cosiddetto gossip (inutile neologismo di pettegolezzo): il gossip impera e dilaga!
Tutti i giorni i mass-media non fanno altro che spiattellare vicende personali di personaggi più o meno popolari e senza alcun ritegno invadono la cosiddetta privacy del prossimo, dando in pasto ad un branco di cannibali (che altro ormai non siamo), i particolari più scabrosi ed intimi di vicende che, una volta, non interessavano ad alcuno ed adesso si susseguono senza sosta sui teleschermi e sui quotidiani e rotocalchi.
Il Re è nudo!
Siamo nel caos più totale e bisogna che qualcuno ci metta, con coraggio, una pezza.
Ma chi?
I politici?
Neanche a parlarne; loro vogliono soltanto tenersi buoni quei gonzi degli elettori, che con il loro voto gli permettono d’occupare importanti cariche che garantiscono entrate miliardarie, magari poco pulite ed esentasse.
Un altro degli obbiettivi primari, anche della gente comune, sembra essere uno solo: lo Svago, quello con la S maiuscola!
Voglio precisare che il mio non è per niente uno sfogo dovuto a disillusioni occorse nella vita, ma è la pura e semplice constatazione di quello che accade giornalmente intorno a noi.
Tutti al mare, tutti al mare……o meglio che nulla, anche in montagna!
Non è vero che chi non lavora, caro il mio Celentano, non fa l’amore; anzi è vero il contrario!
Tanto, ormai, il lavoro, l’italiano lo ha delegato all’extracomunitario diventato così, una risorsa indispensabile per l’esangue economia italiana.
Si diceva, in tempi obsoleti e fuori moda: c’era una volta, un cavallino che si chiamava Duralla ma, poverino, anche a lui toccò morire.
La vita umana non ha più valore alcuno e questo non è valido solo per i guerrafondai di mestiere, per la camorra e la mafia.
Sembra che massacrar gente ed animali stia diventando uno sport nazionale!
Si massacra l’operaio sul lavoro, si sterminano i passanti che si avventurano incautamente sulle strisce pedonali, si accoltellano i giovani fra loro per futili motivi, all’uscita delle discoteche e quando, stupiditi dall’alcol e dalla droga, si ritrovano completamente fuori di testa.
Si uccidono fra loro, a colpi di cric, automobilisti inviperiti per aver subito un banale sorpasso o per arrivare primi ad un posto libero nel parcheggio.
Si accoltella un tizio per uno sguardo un po’ intenso verso la donna di un altro.
Le rapine in villa con morti e feriti si moltiplicano a dismisura.
Si spara con disinvoltura al commerciante che si rifiuta di cedere l’incasso al rapinatore di turno.
Spara l’orefice che scambia un innocuo barbone per un bandito.
Si uccide la sprovveduta ragazza che si fa stuprare dal singolo o dal branco assatanato.
Si toglie la vita all’altro con la cosiddetta overdose.
Si provoca la morte di tanti bambini con la vendita libera ed incontrollata d'oggetti pericolosi, importati illegalmente ed acquistati con criminale leggerezza.
Medici incompetenti riescono a sopprimere pazienti affetti da banale appendicite e questo grazie alla leggerezza con la quale si rilasciano certe lauree a persone non idonee a disporre della vita altrui.
Il branco trucida il diverso, stermina chi ha, per sua sfortuna, difforme il colore della pelle.
Si lascia morire senza prestare soccorso, il ferito sull’autostrada.
Nessuno s’azzarda a soccorrere il capro espiatorio ferito a morte e riverso sul marciapiede, vittima dell’ennesimo assalto mafioso.
Sono ormai lontani i tempi in cui esistevano i buoni samaritani.
La nostra bell'Italia è diventata la nazione al mondo con più morti ammazzati, fra i civili, in tempo di pace.
Anche questo è un primato di cui andar fieri
Tutti i record negativi ormai ci appartengono ma, nonostante ciò, tutto procede fra la generale indifferenza.
Tutto va ben, madama la marchesa!
Ognuno pensa che certe cose non lo riguardino personalmente e quindi, con tale generale concetto, non c’è speranza che le cose rientrino sulla giusta rotta.
Sembra veramente che sia in atto un’effettiva involuzione o recessione in tutti i campi del quotidiano vivere; vorrei tanto sbagliarmi con queste funeree previsioni, ma dobbiamo prendere atto che qualcosa sta cambiando sul pianeta Italia e, di sicuro, non in meglio.
Esiste un’infinità di nuove consuetudini che tutti, per seguire la moda e mostrarsi aperti ai rinnovamenti, adottano all’istante.
Ciò può essere accettabile per le nuove generazioni, ma sempre di piu si vedono uomini senili ed ottenebrati e mature donne altezzose che, per apparir più giovani, si agghindano alla moda malandrina di certa frivola adolescenza.
Allora vien proprio da pensare che ci stiamo avviando verso tempi contrassegnati da ottusità e balordaggine.
Sono certo d’apparire, agli occhi altrui, una novella ed inopportuna Cassandra ma, mio malgrado, sono fatto così: rompiscatole, antipatico e difficile a contentare.
E così via……
Anche il famigerato piercing non è più appannaggio di giovani scioccherelli, ma si va prontamente diffondendo anche fra i babbi e le mamme e pure fra qualche vecchio coglione.
C’è poi, e non secondario, il problema dei tatuaggi.
I principali istigatori a seguire questa deplorevole e non salutare moda sono gli idoli delle masse, cioè gente di spettacolo e atleti di varie discipline sportive.
Ho conosciuto tipi che, dopo aver speso centinaia di Euro per decorarsi le varie parti del corpo (anche le più intime), ne hanno poi spesi il doppio per farsi togliere ciò che s’erano fatto applicare con disinvoltura e con tanto dolore fisico!
Per belli apparire bisogna soffrire ma l’apparenza, come è risaputo, è fallace ed ingannevole.
Pur tuttavia, volendo risalire alle cause di tante incongruenze, risulta evidente che tutti siamo vittime del consumismo più inutile e assurdo che possa esistere.
Tutto questo riporta ad una valutazione finale: per molti, anche se non per tutti, esistono solo il profitto e l’apparenza.
Così, in nome di queste follie siamo disposti a commettere qualsivoglia riprovevole e ripugnante azione ed a fregare il prossimo nostro!
Ma dura minga………

giovedì 31 luglio 2008

Un'esperienza amara




Dovevo giungere a questa mia avanzata età per subire una frustrazione del genere, ma, come si suol dire, mai è troppo tardi per imparare a conoscere il prossimo tuo.
Frequenti persone per anni ed anni e ti sembrava d’aver trovato in costoro dei veri amici; amici nel senso più appropriato del vocabolo.
Per anni ed anni, infatti, ci siamo frequentati con persone che mostravano un sincero e reciproco affetto.
Uscivamo sempre insieme e mai una piccola nube aveva oscurato il variegato orizzonte di quella che consideravo una delle poche e vere amicizie che il fato ti dona con il trascorrere degli anni.
Pranzi, cene, viaggi, ferie costituivano una prassi ormai consolidata nel tempo.
E che dire degli scambi di auguri e di regali per ogni ricorrenza che Dio manda in terra?
In fin dei conti, qualcuno sa, in effetti, cosa significa la parola AMICIZIA?
Il termine deriva dal latino AMARE, da cui AMICUS.
In genere esistono vari gradi di amicizia che può essere più o meno intima, ma giammai sleale ed ipocrita.
Scomodando Aristotele si distinguono tre tipi di amicizia:
- amicizia basata sul piacere
- amicizia basata sull’interesse
- amicizia basata sulla bontà
Ebbene, l’amicizia di cui sto parlando ritengo che appartenesse all’ultimo tipo, ma evidentemente sbagliavamo.
Abbiamo, e ce ne rammarichiamo, sempre considerata l’amicizia un sentimento reciproco di affetto tra più persone, sia dello stesso o diverso sesso e che non pone vincoli specifici alla libertà di comportamento delle persone coinvolte.
Il paradosso sta nel fatto che qualcuno che era molto legato, ha preso alla lettera il concetto sulla libertà inerente al caso.
Per farla breve diciamo che un bel giorno, le persone di cui parlavamo all’inizio, sì sono presa la briga o l’incoscienza di esporci la nuova situazione in cui, secondo loro, si sarebbero venuti a trovare.
Hanno letteralmente dichiarato, senza peli sulla lingua, che avendo trovato nuovi e facoltosi amici, con tanto di ville e piscine, seconde case al mare ed in montagna, d’ora in avanti non avrebbero avuto più tempo da dedicare alle vecchie ed, ormai, obsolete amicizie ed in specialmodo quella con noi.
A sentir loro, d’ora in avanti i nostri rapporti sarebbero stati quelli di semplici conoscenti che si sarebbero salutati in occasionali incontri.
Degna di nota la magnanimità di questi individui che, adesso e con disappunto, non riesco più a considerare degni di una perduta stima.
Increduli, abbiamo chiesto notizie a riguardo di un involontario malinteso od altra antipatica diceria, a noi attribuita da terze persone.
Con classica faccia di bronzo ci hanno rassicurato che no, non era successo niente di tutto questo, ma che la loro presa di posizione era ben determinata e irreversibile.
Che dire, a questo punto!
Chi non mi vuole non mi merita?
Facile a dirsi, ma assai indigesto!
Considerarsi offesi sarebbe il minimo e nutrire risentimento sarebbe cosa logica.
La vera ed unica consolazione sembrerebbe essere quella che, con i tempi che corrono, non esistono più sentimenti e disponibilità per le amicizie disinteressate.
Tutto è basato sul tornaconto ed il profitto, anche l’AMICIZIA, quella con la parola maiuscola.
Queste cose fanno molto, ma molto male, non ai giovani che le considerano fatti normali, alle persone di vecchia generazione.
Resta da considerare il fatto che le persone implicate nei fatti, sono assidui frequentatori delle varie chiese locali e sono abitudinari nell’esibirsi in frequenti confessioni ed eucaristie.
Ebbene, io mi domando, avranno avuto il coraggio di chieder perdono al loro confessore di turno per la vigliaccata commessa?
Permettete il legittimo dubbio!
Comunque, chissà quante avemarie e pater nostri da recitare, avrà, nel caso, loro affibbiato il buon sacerdote per l’agognata remissione di peccati.
In tutta sincerità, non riusciamo a vederli come individui che faccino mea culpa, mea massima culpa.
Probabilmente ci incontreremo negli inferi che. se esistono, potrebbero essere la nostra destinazione finale.
Mal comune, mezzo gaudio……

Scritto, con disappunto e dispiacere, da Giancarlo Noferini il 30 luglio 2008


Nota dell'autore: ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale!

lunedì 28 luglio 2008

Ricordando il volpino Anko


Scusami

Scusami, amico mio.
Scusami per l’incapacità di comprenderti, avuta quando eri presente nella mia quotidianità.
Scusami per queste dilazionate discolpe che vengo a mendicare, con animo affranto.
E non mi giustificare con un meglio tardi che mai!
E’, ora, veramente troppo tardi.
Te ne sei andato nella più terribile sofferenza.
Non hai chiesto nulla; ma la tua ultima espressione, permeata di spasimo, mi ha scalfito l’anima.
Il tuo ultimo sguardo!
Mi ha, esso, lasciata una cicatrice che non si rimarginerà mai!
Scusami se per colpevole indolenza non ti ho protetto, come avrei dovuto, dalla malvagità dell'uomo.
Scusami per tutte le volte che nel rincasare non ho contraccambiato la gaiezza da te ostentata nel rivedermi.
Scusami per ogni volta che, infastidito dalla tua esuberanza, ti ha apostrofato con un perentorio: vai a cuccia, rompiscatole!
Al che tu, un po’ avvilito ma sollecito, te n'andavi mogio nel tuo cesto.
Coda fra le gambe ed orecchie giù!
Scusami per queste riprovevoli ed indegne soperchierie che ora mi fanno sentire così meschino.
Solo adesso mi rendo conto di quanto male mi sia comportato con te.
Se potessi fare ammenda di questi miei peccati nei tuoi confronti, forse ritroverei la serenità perduta con la tua dipartita.
Mi ritrovo sovente a meditare su quando, cedendo alla tua chiassosa petulanza, ti concedevo un’avara carezza sulla testolina.
Si sa che i cani spesso piangono ma pochi sanno che riescono anche a sorridere.
E quando?
Quando s’avvedono che il loro disinteressato amore è ricambiato apertamente!
Ma ciò accade assai sporadicamente!
In tale raro caso, se li osservi con attenzione, ti avvedi che, sì, sorridono sotto i baffi.
Scusami allora se ti ho fatto abbozzare un sorriso pochissime volte!
Ma a te bastava fissare intensamente i tuoi venerati sovrani assoluti per sentirti l’essere più felice in questo iniquo mondo.
Mondo che non è degno assolutamente dell’amore di una semplice creatura come eri tu.
Vorrei che dal cosmo in cui ti trovi ora, mi mandassi un segno di perdono per tanta ingratitudine ed incomprensione che ti ho dimostrato.
Ma così va oggi!
Ghermiti dall’empia spirale di una vita insincera siamo ciechi e sordi verso coloro che ci vogliono bene sul serio.
Scusami ancora per quando ti esortavo ad incedere più spedito; non mi rendevo conto che eri affetto da anchilosi e non potevi camminare più lesto.
Certamente avrai sofferto in modo atroce ma non volendo contrariarmi ti costringevi a tenermi dietro.
Scusami per tutte le volte che non ho capito questi tuoi problemi e ti ho apostrofato con acredine.
Scusami per quando, su spossanti sentieri montani, scambiavo i tuoi trafiggenti spasmi articolari per un’inopportuna pigrizia.
Avrei dovuto rendermi conto del tuo cagionevole stato di salute ed porgerti aiuto piuttosto che inveirti contro con intolleranza.
Nessuno comprendeva quanto ti accollavi pur di assecondare il tirannico e tracotante signore!
Nemmeno quando il veterinario ha accertato tutti quei mali che ti affliggevano, neppure allora ho compreso la gravità della situazione.
Anzi, mi sono adirato per le complicazioni che probabilmente avresti causato.
Tardivamente mi sono mosso a compassione per la tua precaria condizione fisica ed ho iniziato a prendermi un po’ più cura di tè.
Ma ormai il tuo travagliato destino stava per concludersi.
Esseri maligni ti hanno teso una trappola atroce e ti hanno subdolamente propinato veleno con un’esca malefica.
Sono questi gli stessi falsi e crudeli individui che tante moine ti facevano e nel frattempo escogitavano il modo di farti tanto male, povera creatura a quattro zampe cui mancava solo la parola!
Quando la tua agonia ha iniziato a manifestarsi mi son reso conto della mia impotenza ed incapacità di salvarti da una fine orrenda.
Ho cercato, disperatamente, di alleviare il tuo strazio con infruttuose e tarde carezze e il ricordare il tuo tormento è l’adeguata punizione per la mia primitiva insofferenza verso di te.
Nell’istante estremo i tuoi disperati gemiti, dall’umana parvenza, mi hanno in tal misura stravolto che il loro angosciante ricordo non mi lascia e mi tormenta di continuo.
Imploravi, disperato, e chiedevi un soccorso ed un sollievo che non ero in grado di darti.
Mi sarei strappati i capelli tanta era la mia inettitudine in quel tragico frangente.
Scusami se ho pianto per te con ritardo ed oramai inutilmente, ma son certo che con la tua innata bontà mi vorrai perdonare.
Caro il mio incompreso cagnolino, solo ora mi accorgo di quanto mi manchi!
Mi manca il tuo gioioso latrare verso gli ospiti che entravano in casa.
Ed io sbuffavo!
Mi mancano le affettuose slinguazzate che mi rifilavi con gioia le rare volte che ti concedevo un fuggevole abbraccio.
Ed io sbuffavo!
Mi manca il tuo affettuoso strusciarti a me quando ti permettevo starmi accanto sul divano, davanti alla Tv.
Ed io sbuffavo!
Mi manca la tua buffa espressione di gratitudine allorquando ti lanciavo il biscotto serale.
Poveraccio, ti avevano avulsi tutti i denti all’infuori dei canini, ma ti arrangiavi beatamente a sgranocchiarlo.
Mi manca il tuo sommesso uggiolare notturno quando, forse, t’abbandonavi a canini sogni.
Si, sono convinto che un buon cagnolino può sognare!
Sognare di correre a perdifiato in un verde prato fiorito incalzando l’idolatrato padrone.
Spero proprio che ci sia, nell’aldilà, il paradiso anche per queste docili creature terrene.
In questo mondo cinico e spietato sarebbero gli unici esseri a meritarselo.
Trascorrono la vita con un solo scopo: amare ed essere amati!

Ma io tardi l’ho compreso……..


Scritto da Giancarlo Noferini per ricordare il cagnolino Anko dei Guappi, barbaramente trucidato da vili ignoti in data 12 gennaio 2004.

sabato 26 luglio 2008

Il calabrone


Il Calabrone


Un giorno, il Calabrone,
andando in bicicletta,
al posto del lampione
mise una luccioletta.

Ma il vigile Maiale,
che stava di fazione,
gli fé contravvenzione
scrivendo sul verbale:

“ La legge non ammette,
per sue ragioni interne,
su carri e biciclette,
lucciole per lanterne!”

Elaborazione ed adattamento di vecchie rime popolari ad opera di Giancarlo Noferini

giovedì 24 luglio 2008

Io e il ranocchio


A volte, nel trascorrere dei giorni, avvengono dei bizzarri eventi che aiutano a sopportare la monotonia della vita e la routine giornaliera; essi sostano nella memoria per tutta l’esistenza, come gradevoli illusioni di un remoto passato.
Non esistevano a quell'epoca i tecnologici passatempi che i ragazzi d’oggi hanno disponibili. Quando eravamo in giovane età, io e i miei coetanei supplivamo con la fantasia alla penuria di giocattoli ed altre distrazioni, essenziali per l’armonico sviluppo intellettuale della gioventù d’ogni epoca e di qualsiasi latitudine.
Un provvidenziale diversivo era quello d’andarsene a catturare i ranocchi del fiume per friggerli ed approntare stuzzicanti convivi, unendo così l’utile al dilettevole.
Infatti, in famiglia erano tutti contenti quando tornavo a casa con una lunga filza di verdi rane.
Qui è necessaria una spiegazione riguardo alla suddetta filza di rane.
Era essa costituita da un robusto ed acuminato filo di ferro con cui, senza tanti complimenti, s'infilzavano le anfibie in successione, fino a realizzarne un vero e proprio fascio.
Senza che ce ne rendessimo conto, ci comportavamo con crudeltà verso quelle povere bestiole, il cui unico ed amaro destino era quello di finire in padella.
Certamente, però, non sarebbero dovute morire infilzate per la gola con un simile acuminato fil di ferro e fra, chissà quali, tremendi dolori.
Per ovviare a simile riprovevole consuetudine uscì un’ordinanza comunale che obbligava a riporre le prede in un capace sacchetto di tela, alla cui confezione provvidero le massaie di casa.
Anche per la susseguente uccisione del ranocchio dovemmo adottare delle maniere più adeguate e umanitarie.
Perdoniamo l’eufemismo!
Pertanto, prima di procedere al taglio della testa e delle zampe gli sbattevamo la capoccia su di una pietra per procurare loro una sorta d’anestesia e non farli soffrire troppo (sic).
Certe pratiche, oggidì possono apparire una vera barbarie e propria ma noi eravamo usi a far questo, sospinti dalla necessità di portare a casa qualcosa da mangiare e che fosse alla portata delle allora limitate risorse; se quindi, questo qualcosa era anche gratuito come le rane del fiume, tanto meglio!
Resta che nei tempi attuali, così condiscendenti, emotivi e pervasi da un gran senso d’amore per il prossimo e per la natura, coloro che detengono il potere annientano, semplicemente premendo un pulsante, intere etnie
Queste, putacaso, di solito hanno la sventura di risiedere su terreni imbevuti di petrolio.
Tutto ciò, a turno, i vari governanti lo mettono in atto con l’ipocrita pretesto di combattere il terrorismo ed esportare democrazia.
Conclusa la spinosa controversia è d’uopo tornare sul nostro argomento.
Essendo io considerato valido cercatore di rane, ero soventemente agognato dagli amici e dalle famiglie del vicinato.
La faccenda stava in questi termini: io procuravo grandi quantità di ranocchi già puliti e sistemati con le zampine posteriori incrociate come vuole la tradizione; con queste ghiottonerie si allestivano gustosissime cene con tanto di zuppe, fritture d’ogni genere e generosi fiaschi di vino della vicina vigna.
Qualcuno sarà curioso di sapere come potevo procurarmi così facilmente tante rane.
Io ed altri adottavamo uno sperimentato sistema usato dai vecchi pescatori del padule.
Si trattava semplicemente d’usare, con una mano, un’abbagliante lampada ad acetilene (che oggi è diventata una cosa ormai introvabile).
Metodo che permetteva di catturare rapidamente, con la mano libera, la bestiola abbacinata e stordita da tanta straordinaria luce.
Una volta afferrato, l’anfibio veniva fatto scivolare rapidamente nell’ampio sacchetto di cotone che si portava appeso alla cinta dei calzoni.
Però questo viscido birbante, per sfuggire ad una brutta fine, era capacissimo di sgusciarti di mano e, rapido come saetta, sparire nella melma rendendosi, in tal modo, irreperibile anche alle più pazienti ricerche.
Ma se t’assisteva la fortuna e t’imbattevi in una serata favorevole, in un paio d’ore ti portavi a casa cento od anche duecento gracidanti batraci.
Di grande importanza era anche la destrezza del partner che doveva afferrare ed infilare sveltamente nel sacco la rana, che appena catturata, gli era data in custodia.
Allora le notti erano magiche a causa dei concerti che la natura offriva gratuitamente: secondo il luogo scelto potevi goderti una melodiosa esecuzione musicale eseguita, in coro, dai ranocchi innamorati oppure deliziarti con un assolo del grillo canterino.
Giungevi a percepire, nell’oscuro aere circostante, il melodioso richiamo del cuculo, dell’usignolo, della civetta o dell’assiolo.
Nelle ore diurne bastava recarsi nei campi e restarsene lì a prestare orecchio all’assordante frinire delle cicale.
Un incanto meraviglioso era l’inoltrarsi nei boschi che erano pervasi dal brusio di migliaia d'insetti affaccendati nella loro instancabile operosità e dai reiterati richiami d’occulte e canterine creature alate.
Una di queste serate fu tanto particolare da indurmi a rievocare, per filo e per segno, il curioso avvenimento che mi piombò addosso.
Ecco come andò realmente l’incredibile vicenda.
Quella sera capitò a casa mia l’amico Neno, inseparabile complice di tante avventure giovanili.
Neno propose d’andare a chiappar ranocchi dato che aveva una voglia matta di farsene una scorpacciata, seduta stante appena beccati.
Non considerò, l’ingenuo, che non si può vendere la pelle dell’orso prima d’averlo catturato!
Però ammise che in fatto di catturare rane egli era del tutto negato ma sarebbe stato disponibile a reggere il sacchetto con le prede.
Io, in maniera avventata, accettai senza riflettere che Neno si sarebbe probabilmente trovato in difficoltà nel gestire la situazione.
Era questo Neno, un tipo dotato di un altruismo incredibile e di una generosità infinita ma, purtroppo, era anche un grande imbranato ed in certe situazioni non potevi permetterti la minima svista.
Fu così che, caricatici della necessaria attrezzatura, giunta l’oscurità ci si avviò verso il vicino fiume e subito furono dolori!
Neno, che mal s’orientava anche di giorno si trovò subito in difficoltà, lamentandosi perché non vedeva dove posava i suoi smisurati piedi.
Quando si va a far ranocchi, è indispensabile osservare il massimo silenzio e procedere furtivi nel buio più nero.
Io conoscevo a menadito il percorso e lo potevo fare anche bendato ma il povero Neno era tentennante e brancolava nell’oscurità con il terrore di ruzzolare in un fosso melmoso.
Fortuna volle che male o bene ci calassimo nel torrente, ma col baccano fatto le rane s’erano zittite, per cui non restava che prendere tempo fino a che la situazione non fosse tornata normale.
Contento d’essersela cavata bene lo sciagurato si mise perfino a canticchiare una canzonaccia oscena e a fumare un pestilenziale sigaro, con l’inevitabile risultato di mettere in fuga i pochi incauti anfibi lì restati; si dà, infatti, il caso che essi siano sensibilissimi ai rumori ed agli odori inconsueti.
Avevo un diavolo per capello, ma cercando di restare calmo, proposi di spostarci verso più tranquilli lidi e più a Nord, con il risultato di dare adito a nuove lamentele.
Finalmente, procedendo con cautela e senza fare il minimo rumore, ricominciammo ad udire il sospirato gracidare.
Mi parve che Neno avesse finalmente capito come ci si deve comportare in simili circostanze e quindi proseguimmo lenti ma sicuri verso la sospirata meta.
Man mano che ci avvicinavamo allo specchio d’acqua il gracidare si faceva più intenso fino a divenire quasi assordante.
Impartita che ebbi un’altra esortazione al silenzio, scendemmo nell’acqua relativamente bassa con il faro acceso e rivolto in avanti; subito ci fu un irreale silenzio, ma i ranocchi erano ormai accecati dall’abbagliante luce, come aspettassero solo d’essere agguantati, cosa che cominciai subito a fare.
Non facevo altro che raccogliere la rana ipnotizzata, passarla a Neno e, senza fare alcun rumore, passare alla cattura successiva.
Avevo date precise istruzioni su come riporre sveltamente nel capace sacchetto la viscida preda e prepararsi alla mossa successiva; tutto sembrava andare avanti nel migliore dei modi.
C’era, però qualcosa che non quadrava nel fatto che dopo alcuni istanti dall’avere consegnata la preda percepivo, di solito, nuovi tuffi nell’acqua.
Forse, mi venne da pensare, questi bravi ranocchi sono tanto ansiosi di farsi acchiappare che s’avvicinano senza timore alla mia rapace mano per poi essere calati nel sacco dall’amico Neno?
Udito il tuffo mi voltavo rapido verso il rumore ed agguantavo, sottacqua, il birichino che tentava di svignarsela.
Andammo, in tal modo, avanti per circa un’oretta.
Avendo tenuto approssimativamente il conto delle catture, mi rivolsi a Neno affermando che a quel punto poteva bastare e che mi cominciavano ad intorpidirsi le mani ed i piedi per la prolungata sosta nella melma.
Uscii finalmente dallo stagno e messomi seduto su di un masso dissi a Neno di passarmi il sacco per dare una sbirciata alle prede.
Insolitamente taciturno Neno me lo porse con titubanza ed io pensai che anche lui fosse stanco quanto me.
Afferrato il sacchetto rimasi stupito per la sua leggerezza; io avevo calcolato che fossero circa un chilo di rane, più che sufficienti per un’abbondante frittura con contorno di fiori di zucca.
Apriti cielo e spalancati terra!
Il sacchetto che avrebbe dovuto essere per metà pieno era desolatamente vuoto e per di più nemmeno era stato aperto.
Buon per Neno che invece di andare in collera, come n'avrei avuto il sacrosanto diritto, fui preso da un incontenibile attacco d’ilarità, tanto m’appariva assurda la sconcertante realtà.
Ecco cos'era successo durante la mia faticosa ed inutile caccia!
Quello sciagurato, e qui devo ammettere che era colpa mia il non avere verificato, pensava che il sacchetto fosse realmente aperto invece di essere chiuso a metà della sua lunghezza.
Il disgraziato, quando metteva la rana nella sacca, non s’accorgeva che l’astuta bestiola se la dava a gambe senza tanti ripensamenti e senza alcun rispetto verso due poveri citrulli!
Il continuo tuffarsi che avevo sentito era dovuto alla rapida fuga del batrace ed era, in pratica, sempre o quasi il solito ranocchio che mi ritrovavo fra le mani; infatti avevo notato come le rane che afferravo si somigliassero in maniera, a dir poco, strana ma non avevo fatto mente locale a quanto stava realmente accadendo, preso com’ero, dall’euforia per la fruttuosa caccia.
Il povero Neno era come stordito e non riusciva a rendersi conto dell’amara realtà; pensavo che da un momento all’altro sarebbe scoppiato in lacrime per il senso di colpa e mi ci volle del bello e del buono per consolarlo ed assumermi la mia parte di responsabilità in tutta la vicenda.
Dato che la cena era ormai promessa tornammo a casa mia dove ci consolammo con un’abbondante frittura di patatine novelle, zucchette e loro fiori appena raccolti nell’orticello di mio padre.
Per condividere la nostra sventura, invitammo anche alcuni amici che si sbellicarono, fino a sentirsi male, con veraci lazzi e sghignazzate.
Finimmo la serata mangiando e divertendoci ad iosa, anche senza le agognate rane, sorseggiando un bel po’ di vino novello, facendo una gran baldoria alla faccia dei ranocchi in fuga, con i quali, nonostante tutto, sono rimasto sempre in cordiali rapporti (almeno da parte mia).
Innegabilmente gli astuti animaletti, quella sera mi giocarono un tiro birbone ridendo alle mie spalle, ma li perdonai di cuore ripromettendomi di tornare presto a goder della loro disponibilità ad essere gettati in padella!

Noferini Giancarlo

lunedì 21 luglio 2008

La diga sul fiume Pescia


Giancarlo Noferini

La diga sul fiume Pescia


Meglio sarebbe, invece di usare la parola diga, aver scritto briglia, termine più consono ed appropriato per definire ciò che si sta realizzando nel tratto cittadino del nostro amato fiume Pescia, croce e delizia per ogni pesciatino verace.
In realtà, una briglia in loco esisteva già ma c’era davvero bisogno di un manufatto più funzionale, anche dal lato estetico.
Comunque un’attrezzata impresa edile s’è assunto il gravoso impegno e già i lavori procedono alacremente ed a regola d’arte.
Fortunatamente bisogna anche dire, poiché, come avviene di solito, non mancano i categorici ed invadenti detrattori, cioè coloro che trovano sempre da biasimare ogni pubblica iniziativa.
Questi signori, perspicaci ed ostinati indagatori di lavori, sono in maggioranza pensionati ed altri cocciuti perditempo.
Siccome anch’io sono un pensionato e pure un ostinato curioso, cerco di comprendere il motivo delle lagne di certi miei simili ed anche di occasionali passanti e di vezzose signore, che con la compiacente approvazione di tanti spettatori indigeni o forestieri, scuotono le loro sofisticate acconciature per lamentarsi della (secondo il loro personale metro) brutalità con cui è stato stravolto ed aggredito il letto del fiume e pure dell’inopportunità dell’intervento.
Invece che ad un vero e proprio assembramento di sospettosi sembra in realtà d’assistere ad un seminario di ingegneri idraulici e di qualificati tecnici.
Questa situazione, che ha del paradossale, sembra addirittura costituire uno spasso per le maestranze che, talvolta fingono d’essere interessate ai diversi consigli elargiti gratuitamente da quelli sciocchi i quali, a loro volta, non s’accorgono d’essere loro stessi ad essere presi in giro da chi ha un minimo di buon senso o una minima cognizione al riguardo.
Mi voglio munire di un piccolo ed invisibile registratore per poter tramandare ai posteri certe esternazioni che rasentano la sventatezza; sono individui che non avendo la minima dimestichezza con i lavori in atto, rendono palese la propria inettitudine.
Lasciamo perdere la massaia che vedrebbe di buon occhio la costruzione di una piscina, con tanto di poltrone a sdraio, nel mezzo al fiume, al posto di un’antiestetica e brutta briglia in cemento; poveretta, le papere del fiume hanno più materia grigia nella testa, di lei stessa!
Io mi ritengo un provocatore e, come si dice da queste parti, attizzo il focherello delle discussioni; finirà che mi prenderanno a calci in c…!
Immaginatevi un imperterrito scansafatiche che stigmatizza sull’esigua voglia di lavorare di coloro che sgobbano e sudano sotto il feroce sole di luglio.
C’è il rischio di sommaria lapidazione!
C’è il praticone che si rivolge ad un’attenta platea sostenendo che i ferri usati dai carpentieri non sono della giusta misura, che quel calcestruzzo non è di quello appropriato e che lui sì, avrebbe disposto quelle assi nella giusta maniera, dato che così facendo la diga resisterà da Natale a Santo Stefano.
E così, dalle opposte sponde, salgono (e meno male inascoltate) critiche e lamentele.
Altri ancora sospettano chissà quali ruberie, fra soldi e materiali, saranno messe in atto.
Si va avanti fra diffidenze e perplessità.
A volte si rasenta la calunnia, anche senza rendersene conto.
Ma siamo tutti professori, vero cari pesciatini?
Ed allora lasciamo che ognuno faccia il suo lavoro e chi è senza peccato, scagli la prima pietra!

sabato 19 luglio 2008

Il Capitale Culturale. Relazione finale di Davide Matteoni

Questa relazione universitaria è stata presentata da Davide Matteoni,ottimo studente e mio nipote.
Voto:30 e lode
(scusate l'intrusione)

“IL CAPITALE CULTURALE
E LA
PERPETUAZIONE DEL DOMINIO SIMBOLICO”






























Relazione di Davide Matteoni







INDICE
• -INTRODUZIONE
• -1 Cultura, acculturazione e capitale culturale: origini, sviluppo e concetto.
• -2 Le differenze di capitale culturale all’interno del sistema educativo.
-2.1 La crisi del sistema d’insegnamento.
• -3 Il capitale culturale come forma di legittimazione del dominio simbolico: il programma nascosto.
• -4 Il paradosso di Bourdieu.
-4.1 L’approccio compensatorio.
-4.2 L’approccio della resistenza
-4.3 De Certeau e la rivalutazione della resistenza.
• -5 Conclusioni: il mito meritocratico.













Introduzione.
La dimensione simbolica è forse il nodo fondamentale dell’opera di Bourdieu. Meccanismo inarrestabile che permette al suo pensiero di funzionare come accade per i suoi sistemi strutturati e strutturanti. Nell’analisi di tali strutture è possibile accorgersi come società, rapporti di forza, differenze di classe, mutamenti culturali ed economici siano tutti mossi e organizzati da una mano invisibile o quantomeno simbolica. Ciò diviene ancor più evidente nell’osservare i rapporti di dominio nell’organizzazione delle società moderne differenziate e come questi raramente cambino nel corso del tempo e, anzi, spesso tendano a consolidarsi. Sarà quindi interessante un’analisi di come nel tempo si sia sviluppata la concezione di Bourdieu di ciò che può essere definito il principio organizzatore dell’ordine sociale: il capitale culturale. Concetto che nasce con il fardello di dare una spiegazione alle storicamente ingiuste disuguaglianze sociali e che, come vedremo si distinguerà prima come mezzo di perpetuazione del dominio simbolico e poi come possibile arma di riscossa sociale, di illuminazione di nuove visioni del mondo e di mutamento dell’ordine sociale.

-1 Cultura, Acculturazione e Capitale Culturale: origini, sviluppo e concetto.
Ripercorrendo l’educazione di Bourdieu non è difficile notare quanto siano stati disomogenei i contesti culturali in cui si sviluppa e come ognuno di questi, singolarmente, influenzi un aspetto diverso del suo pensiero. Esperienze di separazioni hanno indubbiamente caratterizzato le sue concettualizzazioni dualistiche e se queste abbiano poi rielaborato le sue esperienze non è certo, ma rimane evidente il primo dualismo tra ciò che è definito cultura tradizionale (naturale, familiare e domestica) e cultura pubblica (artificiale, acquisita e costruita). Tale dualismo si istituzionalizza col tempo in regionale/provinciale, cultura indigena/cultura colonialista e più filosoficamente in mondo vita/mondo sistema, tutte ambivalenze che Bourdieu cercava di trasformare in una propria dialettica. Le influenze esplicite di storici e filosofi della scienza della tradizione francese, della fenomenologia, dell’ontologia dell’essenzialismo, della filosofia della scienza neo-kantiana e dell’epistemologia implicano da subito un interesse a forme socialmente costruite e discorsi esplicativi piuttosto che l’affermazione di categorie trascendentali “a priori”. Per quanto riguarda il metodo la sua influenza parte dal primo Husserl, orientandolo a funzionalismo e strumentalismo, senza il minimo interesse per la speculazione filosofica. Potremmo affermare che l’interesse per il fatto culturale in se parta dalla critica mossa dalla filosofia delle scienze alla concezione di Comte del fenomeno culturale, capito e posseduto positivamente, verso il quale non erano espresse aspettative di verità. Ma l’interesse di Bourdieu si muove immediatamente verso l’incontro di diverse culture, i loro processi di adattamento biologicamente ispirati e determinati (Merleau-Ponty) e come da un sapere culturale naturale si sviluppi una cultura oggettiva che aiuti gli individui a controllare le loro adattazioni culturali (Goethe). Esemplari sono i primi studi algerini e l’incontro tra la cultura coloniale francese e la cultura indigena costretta all’adattamento. Nella ricerca di modi di descrivere tali fenomeni sociali il suo interesse si diresse verso il concetto di acculturazione di Herskovists che se ne serviva per regolare il lavoro sensibile politicamente nel rispetto della ricerca di relazioni di razza, tutto dovuto alla necessità di adottare una metodologia storica che identificasse cambiamenti conseguenti al contatto culturale servendosi dell’analisi di attitudini e comportamenti. Ciò che differenziava Bourdieu da Herskovists era il mancato interesse nei suoi studi algerini ad estrapolare verità scientifiche dalle sue osservazioni, in realtà si batteva per produrre un’oggettivazione che avesse una funzione filosofica incrociata tra due culture, ma che fosse soprattutto utile alle tribù algerine per introdurre le forze delle proprie culture nel processo di costruzione di un’identità post-coloniale indipendente. Nel 1960, nella collaborazione con Passeron, Bourdieu incontra le prime difficoltà nel provare ad analizzare i cambiamenti culturali con un discorso socialmente accademico. L’analisi oggettivista si sposta così al tentativo di osservare il comportamento degli agenti sociali immanenti che costruivano dinamicamente le loro strategie per ottenere distinzione sociale e individuare le distinzioni strutturali: costruzioni di agenti di agenti sociali che stanno lottando per riconciliare la loro cultura naturale (habitus) con quelle culture oggettivate che portano valore e potere. Il concetto di habitus nacque così dalla necessità di formare uno strumento concettuale per comprendere la capacità di progettare movimenti, posseduta realmente dalle persone, e concepibile come funzione della loro precedente condizione sociale piuttosto che in termini di modelli matematici astratti. La relazione tra cultura naturale e artificiale è quindi il riflesso di quella tra comprensione soggettiva e realtà oggettiva. Alla luce delle ormai evidenti disuguaglianze sociali e delle contingenze socio-storiche dei concetti che funzionano in determinati momenti e non in altri si inizia a sentire l’emergenza di un capitale culturale come strumento di scienza sociale, che dia ragione delle disuguaglianze sociali che espone originariamente. Fu così che tra il ’61 e il ’64 Bourdieu e Passeron condussero sondaggi tra studenti in diversi ambiti arrivando ad ammettere che “la loro differenziazione di attitudini era connessa primariamente alla differenziazione alla base dell’origine sociale”...”L’origine sociale degli studenti ci sembrò il fattore principalmente differenziario, volemmo capire la sua azione in differenti campi muovendo dal più ovvio come le condizioni viventi al più nascosto come la pratica culturale e le attitudini alla cultura scolastica e non scolastica”. Questo segnò inevitabilmente i successivi studi:”Voglio continuare ad esplorare le tensioni tra sociale e culturale e le relazioni tra capitale culturale ed esclusione sociale”. La ricerca, quindi, non era volta a stabilire che le differenze culturali sono conseguenze di diverse origini sociali riflettendo una realtà sociale a priori ma a mostrare che differenze sociali e culturali sono inseparabili e che attraverso il tempo la condizione sociale, sinonimo di cultura naturale, è modificata dal livello di iniziazione nella cultura artificiale. Il capitale culturale si definisce quindi dall’incontro tra cultura naturale di una persona e cultura acquisita di un altra e non possiede un valore assoluto, ma un valore di scambio che si risolve nella lotta sociale.

-2 Le differenze di capitale culturale all’interno del sistema educativo.
All’interno di “La Riproduzione” Bourdieu e Passeron intendono trattare il rapporto pedagogico come un semplice rapporto di comunicazione che sia determinato da fattori sociali e scolastici nella riuscita della comunicazione pedagogica e quindi misurarne il rendimento in funzione delle caratteristiche dei ricettori. Per affrontare tale analisi si riveleranno cruciali due concetti quale quello di capitale linguistico e quello di grado di selezione. Il capitale linguistico riveste probabilmente la parte più importante del capitale culturale, specialmente all’inizio del processo pedagogico di inculcamento, trattandosi della basi, delle forme e degli stili linguistici che fanno parte dell’habitus di un individuo e che ne determina subito un primo grado di differenziazione. Da questo ne deriva che il grado di produttività specifica del lavoro pedagogico sia funzione della distanza che separa l’habitus inculcato dalle forme pedagogiche anteriori e dalla famiglia dalle esigenze del processo formativo superiore. Nel percorso di carriera l’individuo incontra gradi di selezione che ne decretano la riuscita e l’eliminazione, che non sono sempre uguali a seconda dei percorsi e dei fattori sociali stessi e che per questo vengono più spesso chiamati gradi di selezione differenziali. In una popolazione che è prodotto della selezione, l’ineguaglianza di questa tende a ridurre i suoi effetti di fronte a essa stessa, si può così giungere all’annullamento o all’inversione della relazione diretta tra possesso di capitale e grado di riuscita. Per esempio il vantaggio iniziale degli studenti delle classi superiori viene ridotto dai risultati degli studenti più svantaggiati che hanno dovuto subire un grado di selezione differenziale molto più elevato rispetto ai primi. Un altro fattore di differenziazione individuato da Bourdieu e Passeron è la residenza cittadina che viene associata a vantaggi linguistici e culturali in cui il grado di selezione viene definito indipendentemente dall’appartenenza di classe. Ma se la compensazione delle differenze di classe è dovuta al grado di selezione differenziale tale grado andrebbe indebolendosi se il numero di studenti popolari che accedono all’università si accrescesse rendendo nuovamente visibile la correlazione tra risultati scolastici e classe d’origine.
Un altro paradosso apparente si ha nella differenza tra ragazze e ragazzi dove le prime ottengono risultati meno brillanti dei secondi non per cause strettamente legate al genere, ma perchè essendo tutte indirizzate alla facoltà di lettere incontrano un grado di selezione bassissimo. Ma cos’è che impedisce alle ragazze di optare per altre facoltà? Chiaramente parlando ancora di anni ’60 l’esempio va ambientato in tale periodo e si presta ad introdurre un altro concetto quale quello di arbitrario sociale. Le ragazze in questo caso si regolano in base al pregiudizio sociale che le ritiene portatrici di caratteristiche più affini a qualità letterarie e meno adatte ad altre discipline. Questa potremmo già definirla una prima selezione, seppur sociale e arbitraria. In seconda analisi possiamo quindi notare che non ci sono relazioni dirette tra grado di riuscita durante tutta la carriera della biografia e l’origine sociale, quest’ultima entra in gioco predeterminando il destino scolastico attraverso l’intermediazione con gli orientamenti iniziali. Il processo che si articola nella carriera è lo specchio della concezione di Bourdieu di un sistema di strutture che continuamente influisce sul percorso articolando e concatenando fattori tra loro diversi come quelli intrinseci nell’individuo, quelli del sistema pedagogico, degli istituti, dei gradi selezione e così via. Infatti il pubblico di una disciplina è il prodotto di una serie di selezioni il cui rigore varia in funzione delle relazioni tra fattori sociali che determinano traiettorie scolastiche e il sistema dei diversi tipi di studi oggettivamente possibili in un momento dato. E’ interessante notare come i figli dei quadri superiori che hanno la meglio sugli altri tra li studenti di filosofia (disciplina altamente valorizzata nel sistema tradizionale degli studi letterari) ottengono risultati meno brillanti tra li studenti di sociologia (che riveste il ruolo di rifugio prestigioso per i più sprovvisti scolasticamente tra i privilegiati) così sotto-selezionati in rapporto ai loro colleghi di diversa origine sociale.

-2.1 Crisi del sistema d’insegnamento.
Tra il ’61 e il ’66 una crescita del tasso di scolarizzazione delle classi sociali e una crescita rapida dell’insegnamento universitario imputato alla democratizzazione dell’insegnamento porta ad una vera e propria crisi del sistema educativo che esplicita irregolarità e discordanze in quanto sistema di comunicazione e che porta ad un minore livello di selezione e indebolimento dell’eliminazione. L’esplosione scolastica della scolarità di massa implica un aumento dell’erogazione dei titoli di studio che ha però per conseguenza una perdita di valore di essi sul mercato del lavoro (inflazione dei titoli di studio). Si crea quindi una sfasatura strutturale tra aspirazioni educative e occupazioni degli agenti generate dalla precedente struttura. Si ha un’isteresi in cui l’habitus continua a produrre i suoi effetti sulle aspettative anche in una situazione strutturale diversa che non offre risposte per esse. A ciò consegue una disillusione collettiva verso l’istruzione scolastica (come nel caso del ’68). A tale modello di trasformazione del rapporto pedagogico va aggiunta la variazione del livello di emissione dovuta alla crescita rapida del corpo insegnante, che di fronte ad una nuova occasione opera nel tentativo di abbandonare il rapporto tradizionale con il linguaggio. L’analisi della trasformazione del rapporto pedagogico conferma dunque che ogni trasformazione del sistema scolastico si attiva secondo una logica in cui si esprimono ancora la struttura e la funzione proprie del sistema. La situazione di crisi nascente è l’occasione che può permettere di sovvertire o ridurre i presupposti celati del sistema tradizionale che nel tempo opera per perpetuare determinate condizioni sociali.


-3 Il capitale culturale come forma di legittimazione del dominio simbolico: il programma nascosto.
Come abbiamo visto il capitale culturale nasce, per Bourdieu, in seguito ad una vera e propria esigenza di dare una spiegazione alla divisione sociale che affligge storicamente la società. Partendo da una critica a Marx Bourdieu sostiene come le differenze nel capitale economico da sole non possano giustificare le disuguaglianze sociali e che sia in realtà l’ineguale distribuzione di capitale culturale, linguistico e simbolico a capo di tali distinzioni come determinante di benessere economico e sociale. Definiamo per capitale linguistico le forme linguistiche e gli stili come prodotti delle relazioni tra habitus linguistico e mercato linguistico, dove la forma è valutata e scambiata per altri tipi di capitale. Il sistema educativo richiede una certa forma e stile linguistici per poter avere successo sui gradi di selezione allineati strettamente con lo stile della classe dominante. Ne consegue la successiva identificazione del sistema educativo come apparato centrale di riproduzione di disuguaglianza, sia nel suo assetto ufficiale che da origine ad un’allocazione ineguale di capitale culturale, che nel suo programma nascosto che valida i modi di essere e conoscere della cultura dominante. Marie Moran intende definire con programma nascosto quell’azione del sistema educativo che, celandosi dietro al programma ufficiale evidente a tutti gli individui, tende a incanalare e plasmare la popolazione attraverso gradi di selezione differenziali, politiche dominanti e differenti distribuzioni anteriori di capitale linguistico. Tale azione viene quindi letta sotto le sembianze di azione riproduttiva di un sistema autopoietico formato da strutture strutturanti e strutturate che ha bisogno della perpetuazioni di evidenti distinzioni di classe per poter sopravvivere. Queste strutture strutturate sono codici che organizzano secondo una logica interna i significati condivisi, ovvero le strutture profonde della comunicazione che sviluppate insieme alla funzione cognitiva danno vita a quelli che Bourdieu definiva sistemi simbolici. I sistemi simbolici, come abbiamo potuto vedere sinora, danno origine a tutte le forme di classificazione abituali della vita sociale e rendono possibile la produzione di un mondo comune dotato di senso, che vede infine la sua funzione organizzativa strettamente correlata ad una funzione di legittimazione della struttura, quasi sempre gerarchica che si viene a creare, o quantomeno madre di veri e proprio rapporti di potere e dominio. Appurato che la legittimazione dell’autorità diventa fondamentale per la perpetuazione dell’ordine sociale diviene automatico individuare agenzie, come ad esempio il corpo insegnanti, che operano per far apparire una certa visione e conformazione della realtà come ovvia. L’autorità legittima porta con se il potere di conferire titoli di studio, ossia riconoscimenti di un determinato livello di capitale culturale, simbolico e linguistico raggiunto che diventerà prezioso in quanto merce di scambio spendibile in altri campi nella lotta per la conquista di una migliore posizione sociale. L’imposizione di sistemi di significati, però, porta con se l’utilizzo della violenza simbolica, un’imposizione di fatto insita nell’ordine sociale differenziato che è fonte primaria della necessità di legittimazione che avviene sotto l’effetto di un misconoscimento dei rapporti di forza e che porta poi a nascondere l’arbitrarietà della selezione dei significati che definiscono la cultura di un gruppo o di una classe come sistema simbolico (vedi la pregiudizievole affinità tra le ragazze e le facoltà di lettere). L’azione pedagogica diventa quindi fondamento per la riproduzione di un ordine sociale agendo attraverso l’educazione familiare, l’educazione diffusa (l’interazione con i membri dei pari gruppi) e l’educazione istituzionalizzata, ciascuna con le proprie agenzie e ciascuna con la propria efficacia simbolica. Le agenzie diventano così istituzioni investite di autorità pedagogica e operanti nel misconoscimento e il cui mezzo primario è l’inculcamento che porta all’interiorizzazione oltre che di un capitale culturale dell’intero sistema strutturato che diventa in tal modo strutturante. Nell’opera di misconoscimento le scuole si districano in una coltivata apparenza di neutralità e disinteresse dietro una facciata di pari opportunità. E’ infatti l’ethos meritocratico a mascherare per primo il fatto che il capitale culturale sia diversamente distribuito anche prima della partecipazione scolastica, in modo che il bambino che arriva da un’eredità elevata di capitale culturale possieda la conoscenza per riuscire nel programma ufficiale e l’ugualmente importante conoscenza per riuscire nel programma nascosto. Accade così che l’ingiusto vantaggio dell’individuo di una classe superiore su quello di una inferiore venga percepito come naturale funzione della percezione della classe superiore incorporata nella classe inferiore. Questa incorporazione, o più precisamente parte dell’habitus, porta ad un auto-selezione individuale, in accordo con essa, delle diverse distribuzioni di capitale e delle violenze simboliche insidiose del programma nascosto del sistema educativo, tutte combinate per fornire un’impenetrabile giustificazione e accettazione dl risultante ordine sociale ineguale.

-4 Il paradosso di Bourdieu.
Il modello sociologico proposto da Bourdieu, figlio di una visione sistematicamente strutturalista, sembra condannare la società ad un’inesorabile perpetuazione delle strutture differenziali e li individui ad una vita di lotte immerse in disuguaglianze, classificazioni e disparità di potere. Questo oltre ad aprire gli occhi porta ad una disillusione che per primo probabilmente colpì lo stesso Bourdieu che eticamente condannava la riproduzione di disuguaglianza sociale ma in ultima analisi falliva nel trovare soluzioni di una qualche efficacia. Ne propone comunque due: la compensazione e la resistenza.

-4.1 L’approccio compensatorio.
Presa coscienza del moderno divario culturale e linguistico tra lo stile della classe operaia e l’identità linguistica della classe media (dominante), l’approccio di compensazione propone di chiudere il divario rigettando il primo stile e facendo emulare il secondo, unificando così tutti i membri di una società sotto un pari capitale linguistico che assegni pari opportunità di riuscita sociale a tutti. E’ evidente la premessa di una deficienza dello stile linguistico della classe operaia, che si ritrova stigmatizzata come deviante da standard assoluti o funzionalmente inefficiente. La deficienza verbale enfatizza quindi mancanze linguistiche o culturali che riflettono e rinforzano svantaggi sociali, in quanto i bambini della classe operaia non ricevono sufficienti stimolazioni cognitive e motivazionali per imparare a servirsi di un elevato standard linguistico. Con gli anni si passa dalla definizione di deficienza verbale a quella di privazione verbale eliminando i resti di un, ormai antiquato, riduzionismo biologico, annunciando le cause di deficienza linguistica come determinate solo socialmente. Questo garantisce un approccio più politicamente corretto. Per esempio gli immigrati si servono di un linguaggio che riflette deprivazioni che sottolineano abilità cognitive necessarie per la loro vita precedente, caratterizzata da minor sviluppo e progresso. La teoria della privazione verbale argomenta così che la classe operaia possa usare le forme linguistiche standardizzate della classe media così da potervi entrare a far parte e usufruire dei vantaggi socio-economici cui la loro intelligenza da diritto. Tale approccio di pari opportunità insegue nuovamente il sogno meritocratico cercando di rimuovere impedimenti al successo, ma in realtà tutte le strutture che garantiscono la riproduzione di disuguaglianze sociali sono lasciate al proprio posto cercando di mutare solamente gli aspetti dell’ordine sociale. L’approccio compensatorio non sembra quindi rappresentare la soluzione al ruolo che dovrebbe giocare il sistema educativo per assicurare una più uguale distribuzione di capitale linguistico e inoltre sembra validare e autorizzare la visione del mondo della classe media incapsulando nell’inglese standard l’accento e la grammatica dello stile linguistico della classe media.

-4.2 L’approccio della resistenza.
La soluzione alternativa all’azione di compensazione si risolve in una rivalutazione dell’identità operaia e delle sue forme di capitale sociale e culturale così da elevarla al livello della cultura dominante. Si tratta di enfatizzare ciò che distingue la classe dominata dalla classe dominante. Aronowitz e Giroux introducono il concetto di cultura popolare che fornisce la soluzione della rivalutazione delle forme linguistiche della classe operaia. La cultura popolare è una cultura di massa commercializzata e funzionale al potenziale punto di partenza per la resistenza nella mediazione delle ingiustizie di classe nascoste. Lo stile linguistico operaio diventa tattica di vita di milioni di operai per operare in opposizione allo stile culturale dominante e rimanere autonomo nelle potenzialità del proprio habitus. Il nodo fondamentale della teoria di Bourdieu si trova nel fatto che se la classe dominante arrivasse a riconoscere i codici operai come validi questo sicuramente non rappresenterebbe solo la rivendicazione della soluzione “resistenza”, ma anche una posizione autodistruttiva della classe media. Come può quindi riuscire la resistenza dato che gli unici mezzi per cambiare la visione del mondo sono in mano alla classe media stessa? Mentre Bourdieu cominciava ad essere propenso a concepire molto del potere della classe dominante come dovuto al fallimento operaio e quindi definire le posizioni privilegiate come naturali, John Fiske sosteneva la possibilità della resistenza del populismo culturale, partendo da un attacco della concezione rivoluzionaria marxista, nel caso in cui mentre alcuni membri operai tentano di affermare l’autorità del proprio stile linguistico alcuni membri della classe dominante iniziano a spingere per il riconoscimento dei codici operai come ugualmente validi e legittimi. Quest’ultima teoria è stata più volte criticata in quanto Fiske sembra dimenticarsi che la limitata disposizione di mezzi della classe operaia ne limita sempre le scelte, così da arrivare spesso a confondere la resistenza con un’inabilità a partecipare.

-4.3 De Certeau e la rivalutazione della resistenza.
L’inabilità di Bourdieu di superare la logica del dominio simbolico vacilla di fronte ad una rivalutazione del concetto di resistenza di De Certeau. A questo punto diventa indispensabile affermare e sottolineare che il capitale linguistico non può essere qualcosa di stabile ma in quanto capitale deve avere un’impronta dinamica. Il linguaggio, in quanto campo linguistico, è luogo di lotta dove sia i significati dominanti che quelli popolari sono contestati e modificati. Negando l’approccio conservatorio, De Certeau afferma quindi che il capitale linguistico non essendo qualcosa di statico non può essere trasferito dalla classe media a quella operaia. Ciò che invece la classe operaia deve conquistare è il potere che viene dalla libertà di presentare un proprio stile linguistico e una visione del mondo incapsulata in esso come normale e giusta. La visione del mondo può essere quindi autorizzata da diversi stili linguistici e da qui nasce la possibilità della classe operaia di sovvertire le visioni dominanti. Chiaramente ciò deve avvenire con l’ausilio di certe agenzie, come ad esempio insegnanti che permettano di coltivare pensieri indipendenti, così da consentire l’azione giornaliera di sviluppo di diversi capitali linguistici e finalmente l’organizzazione in gruppi di pensiero potrà consentire di portare attacchi alla cultura dominante nel campo attraverso la lotta sociale e così alle strutture stesse in modo da ottenere cambiamenti considerevoli nell’ordine sociale.

-5 Conclusioni: il mito meritocratico.
Nei tentativi di risoluzione del paradosso del domino simbolico si è sempre aspirato alla soluzione di un realtà sociale dove la riuscita nella lotta per le migliori posizioni sociali non sia determinata da criteri quali l’origine sociale e l’appartenenza di classe, ma da un criterio esclusivamente meritocratico basato sulle pari opportunità e dove ognuno possa fare affidamento esclusivamente sulle proprie capacità. Ma esiste la possibilità di una simile realizzazione? Appurato che nella nostra società capitale culturale e capitale economico operano insieme alla differenziazione, Bourdieu si propose l’analisi di una società dove il capitale economico fosse irrilevante. Nel secondo dopoguerra la vicina Repubblica Democratica Tedesca sembrava perfetta per tale analisi: uno stato sovietico dove il capitale economico non aveva più senso in quanto la proprietà privata dei mezzi di produzione era annullata. Ma l’utopia di una società senza classi rimaneva tale, in quanto l’assenza di capitale economico aumentava conseguentemente il peso del capitale culturale, ma se le differenze fossero state interamente riconducibili a esso forse ci saremmo veramente trovati nell’ideologia ufficiale di tipo meritocratico (dalla quale gli stati sovietici attingono legittimazione). Bisogna invece ipotizzare l’esistenza di una altro principio di differenziazione. Entra così in gioco il capitale politico, che garantisce una forma di appropriazione privata dei beni e servizi pubblici: i regimi sovietici hanno portato al limite la tendenza a tale appropriazione privata. Il capitale politico diventa così il principio di differenziazione primordiale e ai membri del campo politico, detentori del potere nel più vasto campo del potere, restano come unici avversari i detentori del capitale scolastico. La storia evidentemente si ripete anche in condizioni diverse e senza voler incrociare le braccia resta il conforto di interpretazioni del processo di resistenza alla “De Certeau”, che quantomeno inserisce il contesto della possibilità di pari condizioni nella dinamicità di una lotta più vasta tra membri e strutture dove ipoteticamente ogni ordine può essere sovvertito anche se al costo di enorme fatica.











RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

-Derek Robbins: “The origins, early development and status of Bourdieu’s concept of cultur capital”. Saggio, “The British Journal of Sociology” 2005 Volume 56 Issue 1.

-Marie Moran: “Bourdieu’s paradox, Blair’s dilemma: the role of the education system in the distribution of linguistic capital”. Saggio, University College Dublin.

_Pierre Bourdieu, Jean Claude Passeron: “La Riproduzione”, capitolo primo: “Capitale culturale e comunicazione pedagogica”.

-Pierre Bourdieu: “Meditazioni Pascaliane”, appendice:”La variante sovietica e il capitale politico”.

martedì 8 luglio 2008

Una vita in due


Giancarlo Noferini

E’ compito laborioso evidenziare i lati positivi della vita di coppia.
Vogliamo parlare dei consorti che dividono le loro vite in serenità da anni infiniti.
Si tratta di persone che hanno scelto di procedere, perennemente uniti, anche sull’impervio cammino della terza età.
Costoro vanno avanti senza voltarsi indietro, pensano a se stessi e non si preoccupano d’eventuali critiche altrui.
L’argomento potrebbe, perciò, rivelarsi ostico ed opinabile.
Non è certo verità assoluta ciò che andiamo a trattare.
Pertanto, innanzi tempo, chiedo bonarietà di giudizio a colui che andrà leggendo qua e là questi appunti.
Fidando nell’umana tolleranza vedrò di non perdere il filo dell’argomento e né tantomeno, perdere il ben dell’intelletto!
Che, in avanti, potrebbe difettare.
Innanzi tutto non c’è di che turbarsi per le inevitabili divergenze con l’altra metà del cielo.
Anche nell’ipotesi più arrischiata, la coppia, non ha un encefalo in comune anche, se in molti casi, vale il principio dei vasi comunicanti.
Ciò potrebbe altresì rivelarsi utile nell’intero percorso della vita.
Non sono molte le concretezze idonee a tenere unite due persone nel corso di un’intera esistenza, non di rado sofferta.
Sono, invero, poche ma basilari.
In primo luogo le qualità specifiche delle due diverse mentalità.
Pare bizzarro, ma esse devono essere in antitesi, onde completarsi a vicenda.
Anche le quotidiane difficoltà, insieme affrontate, sono un forte collante.
Non sembrerebbe ma anche la soverchia agiatezza, può portare alla monotonia ed alla scambievole insofferenza.
Il dedicarsi all’arte culinaria può rivelarsi utile presupponendo che non ci si dia a luculliani bagordi, forieri d'inevitabili malanni
Un’altra opportunità invero valida?
Andare a zonzo, fino a quando sia possibile, senza una meta prestabilita e nemmeno renderne conto ad alcuno.
Come si può attuare tutto questo?
Semplicissimo!
Finché se n’è capaci, andarsene in due soli e questo è dar prova d’indipendenza e d’iniziativa.
Che non è poco!
Ugualmente esatte sono le gite collettive.
Però, il farsi guidare dagli altri, può farti sentire incapace d’agire in proprio.
Ma è sempre un diversivo plausibile, in seno a cui puoi instaurare nuovi e stimolanti contatti.
Tutto ciò che una coppia si sente in grado di fare contribuisce a ritardare la senescenza e la mancanza dl discernimento.
In verità il più valido dei presupposti è d’altro genere ed è costituito dall’innata libidine, ben radicata in ogni uomo ed indipendente dall’età del soggetto.
Libidine intesa come madre dell’umana e spontanea passionalità.
Ma lussuria ed istintivo desiderio d’amare e d’essere riamati, istinti propri dell'indole dell’umana, hanno turbato la più bigotta società fin dagli albori dell’avventura dell'uomo.
E’ da qui che emergono i reconditi e mai sopiti desideri, presenti comunemente anche nei più anziani di noi.
Precoce senilità scaturisce ineluttabilmente laddove la coppia, senza lottare, abdica e si adegua inerte al fatale calare del sole essenziale.
In questo modo, disinteressandosi di espliciti piaceri rimasti, questa si pone supinamente in totale disarmo.
Tuttavia non bisogna dimenticare che tale rinunciare può essere logico a causa di ragioni
concernenti la salute del soggetto.
Mai e poi mai rassegnarsi passivamente, con supina acquiescenza.
Quest’atteggiamento, non essendo naturale, equivale ad accettare una prematura sconfitta e cedere definitivamente all’incombente declino.
L’uomo non dovrebbe mai deporre le armi in suo metaforico possesso.
Ma sappiamo altresì che l’individuo è geneticamente predisposto alla lotta.
Esistono davvero momenti interessanti nel trascorrere della terza età.
Sono fruibili ed a disposizione di quei soggetti che abbiano potuto mantenersi, sorte permettendolo, fisicamente integri, in buona salute e nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali.
Invece i codini sono portati a soffocare i naturali impulsi.
Come se essi fossero la funesta emanazione del Peccato Originale.
Di questa sorta è la convinzione comune dell’ambiente sociale più conservatore.
I risultati sono sotto gli occhi d’ognuno.
Le coppie ottusamente ligie a certi antiquati ed astrusi concetti, sono forse quelle più unite?
Nient’affatto!
Stanno, al contrario, unite miseramente nel tollerarsi a vicenda.
Hanno vergogna di manifestare al mondo quel che resta del loro vincolo divenuto insipido e squallido.
La nel tetro confessionale implorano, pavide e timorose, remissione ed indulgenza per supposti ed intollerabili peccati, anche se non effettivamente commessi.
Sanatoria che, immancabilmente, viene concessa in presenza di subitaneo ravvedimento.
Dopo tali attente considerazioni non resta che complimentarsi con quegli anziani che ancora si sentono pervasi da serotine pulsioni erotiche e confidare in un prossimo coinvolgimento di massa.
Se così fosse in generale, per la totalità delle coppie, non sussisterebbero tanti innumerevoli e quotidiani disagi!
Sia dunque ostracismo agli ipocriti ed ai pinzocheri.
Recepiscano costoro, una volta per tutte, qual è la panacea per le tante afflizioni d’ogni giorno!
Un’altra ragione d’unione duratura?
Avere tanti vispi ed incontenibili nipotini e, stoicamente, sopportarli.
Loro davvero, danno, la carica!
La danno ai licenziosi e concupiscenti padri dei padri.
E, pure, alle proterve madri delle madri.
Attempati fauni, stagionate ninfe!
Non arrendetevi!
In estrema necessità, oggidì, pure la scienza può dare una mano!
Ma cosa infine, questi matusa si arrogano?
Non vogliono, incaponiti, cedere il passo all’avanzata implacabile del tempo.
Vi riescono marginalmente, ma non demordono!
Dileggio a chi cederà per primo!
Lui o Lei?
Non resta, pertanto, che l’attesa di un sereno crepuscolo.
Ma anticiparlo non è di certo opportuno!
Un elementare espediente potrebbe essere questo: quando il portalettere suonerà per recapitarci l’ultima raccomandata, non facciamoci trovare in casa.
Probabilmente ci cercherà al giro successivo laddove noi, imperterriti, tenteremo un’altra sortita!
Chissà che il caritatevole postino non si stanchi e, pietoso, desista definitivamente dalla letale consegna.
Ma che bravo il mio postino!
Ed allora….?
Fin che la barca va, lasciala andare……..
Io e la mia metà siamo giunti, dopo tante discussioni in merito, a queste personali convinzioni.
Pertanto, anche se c'illudiamo d’essere nel giusto, niente pregiudichiamo e di nostra tasca estingueremo il debito pregresso.

Giancarlo Noferini

giovedì 29 maggio 2008

La tapina





Questa tapina nasce tartassata
Anzi fu, con l’inganno, concepita
A lei, sorte in eterno ingrata
e menomata nell’angusta vita

I lestofanti l’hanno realizzata
Sempre per essi fu un’ambita preda
Ed essa, poverina e disgraziata
Soffre di più di quello che si creda

Creata per’effimera esistenza
Asservita a torbidi interessi
Di giust’intenti ebbe mai l’essenza

E certamente, non capite male
Per tutti quanti, pure, per voi stessi
Si tratta della Giunta Comunale!

lunedì 19 maggio 2008

L'IBRIDO CONNUBIO

Si sentiva nell'aria già da un bel po ed era prevedibile.
Personalmente non disapprovo quanto sta accadendo, anzi mi auguro che ciò sia finalmente l'inizio di una nuova era, perché in Italia
c'è veramente bisogno di un cambiamento nel modo di gestire la politica.
Non avete ancora capito di cosa sto parlando?
Mi sto riferendo allo sbocciare della passione sviscerata dell'Unto del Signore, l'amato Silvio (Berlusconi, sic) per il sornione Walter (Veltroni, perdio).
Sembra proprio che il Novello Messia non voglia far niente che possa dar dispiacere a Walter e viceversa.
Che dire?
Sarà cosa positiva o si tratterà di un nuovo inciucio, destinato a fregare ancora gli Italiani?
Facciamo così: diamo per scontato che quei due siano dei gentiluomini e vediamo cosa combineranno.
Io sono quasi fiducioso (con dovuta riserva)perché se vogliono, loro due insieme, possono veramente cambiare il destino dell'Italia.
Conviene dar loro lo spazio dovuto e farli lavorare in santa pace.
Gradirei,perciò, sentire l'opinione di qualcun'altro, ammesso che esistano ancora persone che abbiano una personale opinione sull'ostico argomento.
Infatti pare che a tutti sia stato fatto il lavaggio del cervello
e mi par d'essere una voce nel deserto.
Voce dal sen fuggita........
Chi vive sperando.....
Ma io aspetto!
Son solo un povero illuso?
Ciao a tutti
Giancarlo